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La tragedia di Correzzola: «La paura della gente non è fondata su dati reali»

Il comandante provinciale dei carabinieri Renato Chicoli commenta l’omicidio: «A Correzzola sono stati denunciati quest’anno due furti in casa: è un allarme?»

PADOVA. «Nel 2011 a Corezzola abbiamo registrato 20 furti in abitazione e nessuna rapina. E dall’inizio di quest'anno abbiamo ricevuto solo due denunce di furto in abitazione e una di rapina impropria a una parrucchiera. Direi che questi dati dimostrano “l'episodicità” dell'evento. Anche se, sia chiaro, stiamo prendendo molto seriamente le indagini». Il colonnello dei carabinieri Renato Chicoli si sposta sotto il portico del comando provinciale che dirige, per evitare il sole negli occhi e guardare meglio i suoi interlocutori. Di fronte ha alcuni giornalisti.

Il giorno dopo un evento come quello del tabaccaio di Civè di Corezzola – che ha sparato, uccidendo una persona che gli stava svaligiando il negozio – è sempre difficile parlare. Come sarebbe facile scaricare la colpa sui media che in questi anni potrebbero aver “estrogenato” la percezione di sicurezza. Chicoli, quindi, pesa le parole: «La sensazione di sicurezza è composta da tanti fattori. La presenza o meno di una stazione dell’Arma, l’illuminazione pubblica, la presenza di stranieri, di campi nomadi. E perché no? Anche tivù e giornali che riportano quotidianamente fatti di cronaca nera che si registrano in tutta Italia. Ma da qui a dire che l’area in questione è sotto scacco della criminalità ce ne passa. La gente è influenzata da cose non vere. Per esempio ho letto da qualche parte che una persona su due a Corezzola (paese di 5 mila anime, 1.400 solo nella frazione di Civè ndr) possiede un’arma. Non è vero. I nostri dati dicono una su dieci o poco più. E il 75% della armi è da caccia».

Eppure, a girar per Civè viene da pensare proprio il contrario. Sembra che tutti stiano aspettano il peggio. Un’attesa snervante che fa diventare sospettosi anche i bambini. Un’attesa inutile, che brucia i nervi e accorcia le idee.

È capitato a Franco Birolo di sparare, ma poteva capitare a chiunque, è il refrain che echeggia in tutti i paesi che si affacciano lungo la Monselice-mare. Insomma, a uccidere è stato il tabaccaio ma a premere il grilletto è stato tutto il paese, messo all’angolo dalla paura dei predoni. Una paura incrostata che, appunto, con il tempo diventa esasperazione.

Per questo motivo sapere chi è quel povero cristo di 20 anni morto forse soffocato dal proprio sangue interessa a pochi. I carabinieri stanno ancora attendendo che la Moldavia risponda. L’altro ieri hanno inviato attraverso l’ufficiale di collegamento dell’ambasciata italiana le impronte digitali e il presunto nome della vittima insieme alle impronte al nome del complice, catturato dal tabaccaio, che in un primo momento aveva detto di essere minorenne e di essere rumeno. Entrambi, infatti, sono dei perfetti sconosciuti in Italia. L’idea che si sono fatti gli investigatori è che si tratti di manovalanza che arriva dalla Moldavia per ingrossare le fila delle batterie di predoni.

Alla gente di Civè, però, importa molto di più il futuro di Franco Birolo. Ieri il tabaccaio era preoccupato perché i carabinieri sono rimasti tutto il giorno dentro il suo negozio in cerca del proiettile che ha trapassato il ventenne e che non si trova. E finché non verrà trovato la tabaccheria resterà sotto sequestro. Se ne riparlerà forse dopo il Primo maggio. Interessa perché Franco Birolo è uno

di loro. Un lavoratore, una persona onesta. Non come quelli, che girano di notte depredando case e negozi. E non importa che negli ultimi due anni nessun negoziante di Civè abbia subito furti. L’attesa genera inquietudine. E l’inquietudine talvolta uccide.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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