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LA STORIA / Una donna indebitata: «Vendo un rene per pagare»

Il dramma di una coppia di Torre che deve 102 mila euro alla Findomestic: «Mio marito si è ammalato respirando le polveri del cementificio di Monselice. Ora non ha più neppure la cassa integrazione»

TORRE. «A fine mese mi porteranno via tutti i mobili, non ho nulla di valore, ma sono disposta a vendermi un rene per pagare il prestito con Findomestic». La signora L.M., 63 anni, abita con il marito, A.V., 59 anni, in una casa Ater a Torre. Lei ha lavorato prima come tecnica radiologa, poi come impiegata alla Provincia. Il marito si è ammalato respirando le polveri del cementificio di Monselice. La loro vita si è fermata due mesi fa, quando la coppia non è riuscita a tener fede alle rate da 800 euro al mese con la finanziaria. Il debito, in origine di 60 mila euro, è salito a 102 mila euro con gli interessi. Marito e moglie hanno già versato 3 anni di rate (30 mila euro) e adesso non riescono più a sopravvivere.

«Fino all'anno scorso mio marito prendeva la cassa integrazione e in qualche modo ce la siamo sempre cavata - racconta la donna -. Tutto è cominciato nel 2000 con il mio divorzio. Il mio ex-marito mi ha abbandonata dopo aver accumulato 800 milioni di debiti. Già allora mi sono vista portar via tutti i mobili e l'idea di rivedere l'ufficiale giudiziario mi leva il respiro. Non ho nemmeno visto la mia liquidazione quando sono andata in pensione». Il precipizio nel 2006. «Ho stipulato un mutuo per compare la casa dove vivevo con mia madre in affitto - riferisce il marito -. Ma l'appartamento (anche quello di edilizia popolare a Villa Estense) era intestato a lei e, nonostante abbia pagato 3 anni di mutuo con il mio stipendio, quando mia madre è morta i miei fratelli mi hanno succhiato anche il sangue». Quindi il grosso debito con la Findomestic per appianare i conti mentre «mio marito continuava a lavorare anche dopo 4 by-pass».

Con grandi dignità la coppia ha sempre lavorato. Dopo la pensione lei ha cercato occupazioni saltuarie, accontentandosi di 5 euro all'ora al museo civico. Giornalista pubblicista da 30 anni ha collaborato con una rivista locale. Insieme hanno visto numerose albe in giro per la provincia a fare mercati. Ma con le pensioni le entrate si sono drasticamente affievolite. Lei ha poco più di mille euro e lui non arriva a 800. Ma tra l'affitto di 300 euro, le bollette e le pesanti rate creditizie, non gli resta di chè vivere. In casa una cucina di seconda mano. In soggiorno c'è solo un mobile di pregio, del valore di 1.800 euro, «che finiremo di pagare ad aprile dell'anno prossimo - rivela la padrona di casa - con piccole rate di 80 euro al mese. Non dormiamo più, vivere ci pesa come un male oscuro. Abbiamo bisogno di aiuto. Chiediamo solo un'ulteriore
rateazione allungando i tempi dopo i 10 anni pattuiti».

Hanno scritto a Berlusconi, a Napolitano, alle testate nazionali, alla Cariparo e alla Caritas. Ma restano soli con la loro disperazione.

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