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Il racconto dell'estorsione: "Così ho vissuto segregata 5 mesi nelle mani dei truffatori"

Parla la padovana di 23 anni, vittima con la madre della gang di falsi agenti

della sicurezza (tre arrestati, anche un carabiniere). "Viaggiavamo sulle auto civetta e mi portavano anche in caserma". E ancora: "Erano sempre a casa mia e per uscire mi facevano indossare il giubbotto anti-proiettile". I 16 mila euro sborsati. La denuncia quando hanno sequestrato l'ex fidanzato
PADOVA. «Per quasi cinque mesi la mia vita è stata ridotta ad un inferno, se ora ci penso non so come ho fatto a resistere. Sveglia alle 8, alle 8.30 mi autorizzavano a fare una passeggiata con il cane intorno al condominio, ovviamente scortata, e poi dovevo tornare in casa. Trascorrevamo le giornate in soggiorno a guardare film e quando uscivo mi facevano indossare il giubbotto antiproiettile. Giravamo a bordo di due auto civetta con il lampeggiante e molte volte mi portavano nelle caserme». Comincia così il racconto-choc della ragazza di 23 anni (di cui non rendiamo note le generalità) finita nel vortice del ricatto e dell'estorsione in un contesto da film di fantascienza, in cui i registi erano Giuliano Sartoron, detto Nitro, 39 anni di Borgoricco, Marco Sattin, 44 anni, residente a Campolongo Maggiore, e Mirco Maculan, 49 anni, appuntato scelto in forza al Nucleo radiomobile dei carabinieri di Padova.

Cosa significa che la portavano nelle caserme?
«In una o due occasioni mi hanno portato nella caserma dei carabinieri di via Rismondo: sono stata al bar e poi in sala d'attesa. Poi altre due o tre volte mi hanno portato in una caserma di Mirano».

Come è iniziato tutto?

«Io avevo una storia che durava da cinque anni con un ragazzo. Dal 2006 al 2008 ho gestito un bar gelateria a San Bellino, dove effettivamente c'era una concentrazione di stranieri, prevalentemente tunisini. Il mio ragazzo ha stretto amicizia con uno di loro. Poi un bel giorno mio fratello è stato agganciato da Giuliano (Sartoron) e Marco (Sattin). Gli hanno mostrato una foto del mio ragazzo insieme ad alcuni tunisini: loro dicevano che stava comprando droga. L'hanno dipinto come un narcotrafficante e gli hanno detto che io ero in pericolo. È cominciato tutto così, a settembre 2010».

Nel frattempo lei e sua madre avete cessato l'attività nel bar dell'Arcella e avete aperto un nuovo locale in zona Armistizio. Come si svolgevano le sue giornate di lavoro?
«Lavorava soltanto mia madre, io dovevo rimanere sempre in casa con loro. Dormivano. Quando decidevo di andare a dare una mano a mia madre loro ci piantonavano tutto il giorno. Durante l'inverno decidevano l'orario di chiusura».

In che altro modo la controllavano?

«Mi hanno piazzato una scatoletta in tasca: un dispositivo Gps. In ogni momento potevano sapere dov'ero. Poi mi hanno dato anche un telefono cellulare. Chiamate e messaggi venivano duplicati nel telefonino di Giuliano».

Parliamo della figura del carabiniere.

«È venuto in casa mia in divisa e spesso ci faceva visita. Ogni tanto Giuliano e Marco mi dicevano di guardare fuori dalla finestra, io mi affacciavo e vedevo la gazzella in strada. Una volta è venuto anche con un altro collega».

Parliamo di soldi, di questi 16 mila euro.

«Avevamo un gruzzolo di denaro depositato in un libretto vincolato, nella filiale della Mandria del Credito Cooperativo di Sant'Elena. Un bel giorno Giuliano si è presentato in banca con il distintivo e ha convinto il direttore a liberare
quei soldi». Quando è stata la svolta? «In febbraio, dopo l'episodio del sequestro del mio ragazzo. Gli hanno teso un agguato, erano incappucciati. Lui si è spaventato e ha denunciato tutto ai carabinieri».

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