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Piove di Sacco. Emerson, decisi 67 licenziamenti

Incontro ieri mattina in prefettura tra i sindacati e i rappresentanti della multinazionale americana: delusione e rabbia tra i lavoratori

PIOVE DI SACCO. Altri 67 licenziamenti. Non uno in più e non uno in meno. Ieri a Padova davanti al vice-prefetto vicario, Pier Luigi Faloni, i rappresentanti della Emerson Network Power, la multinazionale americana con sede centrale nell'Ohio, la svedese Anne Marie Lavin e la direttrice locale del personale, Michela Perin, sono usciti allo scoperto per la prima volta.

Hanno comunicato alle Rsu e ai sindacalisti Andrea Castagna ed Antonio Silvestri (Cgil), Gregorio Loreggian e Gian Luca Gazzabin (Cisl) e a Marzio Giacomin e Nello Cum (Uil) che, prima della fine della cassa integrazione straordinaria, prevista per il prossimo 6 settembre, apriranno la procedura di mobilità, in base alla legge 223 del 1991, per altri 67 lavoratori. In tal modo resteranno nello stabilimento di Tognana di Piove di Sacco, a produrre ciller, solo 44 operai e gli impiegati. All'incontro in prefettura hanno partecipato anche l'assessore provinciale al lavoro, Massimiliano Barison, ed alcuni rappresentanti delle istituzioni locali del Piovese. Immediata la reazione dei sindacati. «Faremo di tutto per opporci al piano dei padroni dell'Emerson - ha detto Antonio Silvestri, segretario della Fiom - L'unica, magra, consolazione è che i dirigenti ci hanno assicurato che, almeno per il momento, non smantelleranno il sito di Tognana per delocalizzare tutto lo stabilimento a Nove Mesto, in Slovacchia, come annunciato.

Altri 67 lavoratori a casa, però, costituiscono, di questi tempi, un impatto sociale devastante. Se proprio la proprietà non vorrà fare marcia indietro, chiederemo alle istituzioni di utilizzare, dopo la cassa integrazione straordinaria, anche la cassa integrazione ordinaria ed i contratti di solidarietà. «Mentre il vice-prefetto riceveva le parti sociali, quasi tutte le tute blu dell'Emerson (ex Hiross Liebert), arrivate da Piove di Sacco a bordo di due corriere, hanno tenuto, davanti Palazzo Santo Stefano, una sonora manifestazione di protesta. Con fischietti, tamburi e vuvuzelas e con il commovente appello «lavoro, lavoro» per oltre due ore hanno cercato di attirare l'attenzione dei passanti. In mezzo alle bandiere dei sindacati anche i trenta lavoratori, che abitano in provincia di Venezia, tra i quali Iler Santaterra di Fossò e Sergio Ballarin di Mestre. Non è mancato il banchetto, dove l'operaio-vivandiere Gian Franco Marcato, di Civè di Correzzola, ha offerto a tutti i suoi compagni di fabbrica vino, grana padana, sopressa e cipolloni sott'aceto. Ma l'umore allegro dei lavoratori è diventato immediatamente nero appena i sindacati hanno comunicato le brutte notizie uscite dall'incontro in prefettura.

«Ci hanno spremuto come limoni per decenni - ha sottolineato G.P. - Adesso ci mandano via solo perché hanno scoperto che il costo del lavoro in Slovacchia è più vantaggioso. Tutto questo per far guadagnare quattro palanche in più agli azionisti americani che, magari, a quest'ora, se ne stanno al sole a Miami Beach». Durissimo anche il commento
del segretario della Cgil. «Tutto questo succede anche perchè in questo Paese tira a campare un brutto governo che non ha una vera politica industriale e non conta niente a livello internazionale».

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