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Quattro carabinieri sotto accusa nel Padovano
"Bagni forzati nel fiume per chi sgarra"

Era il "trattamento speciale" che gli uomini dell'Arma della caserma di Montagnana avrebbero riservato a un marocchino poi trovato morto annegato. Indagini in corso: saranno trasferiti

MONTAGNANA. Tutti (o quasi) il 16 maggio avevano saputo in caserma del «trattamento», versione Guantanamo, che Abderrahmann Salhi, il venticinquenne marocchino trovato morto una settimana più tardi, aveva subito la sera precedente, ovvero il bagno forzato nelle gelide acque del canale Frassine ad opera della pattuglia di carabinieri, che lo avevano caricato a bordo di una gazzella di servizio per allontanarlo dalla Festa del prosciutto dove il ragazzo importunava soprattutto giovani donne. E non solo lui, perché quel «trattamento», probabilmente, era nello stile di qualche militare. La «cifra» che lo distingueva per raddrizzare, rinfrescare le idee o semplicemente mettere in riga chi non filava per il verso giusto. In barba a regole e norme di un ordinamento democratico che non ammette tortura o sistemi violenti per convincere a collaborare e a portare rispetto.

Ecco perché sono ben quattro i carabinieri della stazione di Montagnana finiti sotto inchiesta per la morte di quel ragazzo sbandato, extracomunitario e senza fissa dimora. Un ragazzo che, forse, per qualcuno, dimenticando la divisa indossata, meritava una «lezione». L'inchiesta è delicata. I reati sui quali la procura lavora sono pesanti e vanno dalla violenza privata al sequestro di persona, senza escludere che possano aggravarsi e arricchirsi di nuove inquietanti ipotesi. Tutto dipenderà dall'esito dell'autopsia eseguita dal professor Massimo Montisci dell'Università di Padova e degli accertamenti investigativi (tra cui l'audizione di testimoni) coordinati dal procuratore aggiunto Matteo Stuccilli e dal sostituto procuratore Roberto D'Angelo, affidati al reparto operativo dell'Arma di Padova e di Este. E non a caso: i primi a reclamare chiarezza su questa triste e preoccupante vicenda sono proprio gli uomini (e le donne) dell'Arma dei carabinieri. Il quadro, dunque, è complesso tanto che il numero degli indagati potrebbe aumentare. Uno dei punti centrali al vaglio degli investigatori, infatti, è di capire se nella caserma di Montagnana, almeno da parte di alcuni militari, il «sistema» applicato a soggetti ritenuti «particolari» fosse proprio quello riservato a Abderrahmann Salhi. Un modus operandi non isolato e unico.

È il pomeriggio di lunedì 23 maggio che un contadino nota un corpo vicino a un ponte, nelle acque del Frassine e nel territorio di Montagnana. È identificato come Abderrahmann Salhi, volto conosciuto in paese. La causa del decesso? Pare sia annegato, anche se il volto è tumefatto e c'è una ferita alla testa (non mortale). In molti si ricordano l'intervento nei suoi confronti di domenica 15 maggio quando, alla Festa in piazza, erano stati chiamati i carabinieri perché lo straniero, ubriaco fradicio, infastidiva i passanti, specie le donne. La pattuglia lo aveva fatto salire in auto. Poi più nulla. Dai riscontri in mano alla magistratura il marocchino sarebbe stato «accompagnato» sulle rive del Frassime, forse dopo un breve soggiorno in caserma. E messo in ammollo, con docce d'acqua in testa, per «risvegliarlo» dalla sbornia o dargli una «calmata». Una donna che vive in zona
racconta di aver visto la scena, mentre un altro testimone si è presentato dai carabinieri sostenendo di aver notato l'immigrato vivo il 20 e il 22 maggio. Nel frattempo, in attesa degli sviluppi dell'indagine, il Comando dell'Arma ha deciso di trasferire in altre province i carabinieri indagati.

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