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Strage di Codevigo, la verità dagli archivi

Decine di documenti consultati da Scalco, alcuni scoperti. E sono ben 55 le testimonianze dal vivo. I carabinieri sapevano, come il prefetto

CODEVIGO. Archivi pubblici e privati e 55 testimonianze tutte raccolte dal vivo: questo il metodo di lavoro dello storico Lino Scalco, che dopo 65 anni ha fatto sì che sulla strage di Codevigo si possa mettere un punto fermo. Ecco le sue fonti, una per una.

Archivio centrale dello Stato a Roma. Da qui emerge un documento importante. Un rapporto del maggiore dei carabinieri Amedeo Jacch, che comandava la Legione di Padova, indirizzato ad una nutrita serie di uffici, tra cui i superiori e gli alleati. La data è quella del 16 maggio 1945, il che significa che già allora si avevano notizie ufficiali, anche se non certe nei particolari. Probabilmente i carabinieri sapevano, anche se non avevano una stazione a Codevigo, ma fanno il loro rapporto solo il 16 per l'imbarazzo di dover accusare i partigiani. Cosa che comunque il maggiore Jacch fa, attribuendo la colpa delle esecuzioni ai «partigiani di Boldrini della 28ª Garibaldi».

Archivio di Stato di Padova.
Emerge un rapporto finora sconosciuto della Prefettura di Padova, datato 23 maggio 1945, con a capo l'avvocato Gavino Sabadin, ex partigiano cattolico, uomo delle leghe bianche, capo politico delle brigate "Damiano Chiesa" che operavano nel cittadellese, nominato prefetto il 28 aprile, subito dopo la Liberazione. Sabadin addossa le responsabilità dell'eccidio, di cui non c'è una contabilità precisa, ai «partigiani del gruppo Cremona». Il "Cremona" era formato in realtà da soldati regolari del Regio Esercito: vero è che nelle sue file erano finiti anche partigiani liberati dalle carceri del ravennate.

Archivi di Kew Gardens a Londra
. Sono archivi militari, nei quali è custodita la documentazione di una vicenda collaterale ma che si interseca in modo netto con la strage. Il 20 febbraio 1945 viene ucciso vicino a Codevigo il soldato semplice neozelandese Thomas Gay. Gay, fatto prigioniero, era rinchiuso in un campo vicino a valle Millecampi, ma era riuscito a fuggire. Viveva, protetto dalla popolazione, nascosto in una cavana, in abiti civili, disarmato. Una soffiata (forse della barista di Codevigo, Antonietta Cappellato) arriva alla Brigata Nera di Codevigo. Partono in otto per catturarlo, comandati da Giovanni Ghellero, con lui c'è anche suo figlio Renato, quattordicenne. Trovano il soldato, che esce dalla barca-rifugio a mani alzate. Il giovane Renato gli spara una raffica di mitra alla testa, Gay muore sul colpo. Giovanni Ghellero avvertirà che c'è un cadavere da portar via, senza altri particolari. Nel 1946 gli inglesi indagano su quel loro soldato ucciso, l'inchiesta fa muovere anche i carabinieri di Padova, che individuano «gravi responsabilità» degli otto brigatisti. Nel frattempo però la storia aveva fatto il proprio corso. Sei di quegli otto vengono catturati dal "Cremona" e passati per le armi. I Ghellero, padre e figlio, riescono a scappare. Giovanni Ghellero, catturato più tardi (verrà condannato a sette anni di carcere, dove morirà) indicherà come autore dell'esecuzione Edoardo Broccadello detto Fiore, nel frattempo ucciso. Suo figlio Renato si sottrae alla cattura cambiando nome e fuggendo. Accusato anche dell'omicidio di un partigiano, è ancora vivo, vive in un paesino del Veronese e scrive libri, l'ultimo è intitolato "Via col tempo".

Archivio comunale di Codevigo.
Per scrivere questo libro, Lino Scalco e i suoi collaboratori l'hanno salvato. L'archivio del Comune era in sacchi neri di plastica destinati al macero, conservati (si fa per dire) tra immondizie e acqua. Sono stati recuperati, salvo una piccola parte compromessa dall'umidità, i documenti catalogati: ora 560 buste sono conservate nell'ex scuola elementare del paese. Sulla strage emerge soprattutto la corrispondenza, a guerra finita, (1946-52) tra i parenti degli uccisi e il sindaco di Codevigo. I parenti chiedono informazioni, c'è chi aspetta da tre-cinque anni un ritorno e non sa nulla di certo. Il sindaco quando sa risponde, ma non sempre sa. I familiari di 70-80 scomparsi chiedono «come li hanno uccisi? Dove sono sepolti?». Quando può, il comune spedisce il certificato medico. Se non può rispondere, viene anche sollecitato dalla Procura della Repubblica di Ravenna, a sua volta sollecitata dal Movimento Sociale Italiano che dava voce ai familiari. Il carteggio dà modo di avere informazioni preziose su ciascuno dei giustiziati, quelli che avevano un'identità.

Archivio del Tribunale di Padova. In quest'archivio Lino Scalco cercava gli atti di un processo cominciato nel 1947. Cinque partigiani, quattro della 28ª Garibaldi, furono incriminati per la strage. Vennero tutti assolti. Ma gli atti non si trovano più. Nel 2008 l'allora procuratore capo della Repubblica di Padova Pietro Calogero mise a disposizione gli atti di un'inchiesta sulla strage aperta dal suo predecessore Marcello Torregrossa nel 1990, dopo articoli pubblicati sul "mattino" e sul "Gazzettino". Il fascicolo era intitolato «Inchiesta contro ignoti (114 morti)». L'inchiesta durò tre mesi, i carabinieri ascoltarono solo 4 testimoni e tutto finì lì.

Archivio della ex pretura di Piove di Sacco. Importante perchè il pretore del 1945 vide molti dei morti prima della sepoltura e allegò i relativi certificati medici.

Archivio dell'Istituto della Resistenza di Ravenna e provincia
. Qui molti documenti sulle formazioni partigiane, in particolare la 28ª Garibaldi comandata da Arrigo Boldrini, nome di battaglia "Bulow". Boldrini era un capo eccezionale, con doti di organizzazione e strategia militare fuori del comune. Liberò Ravenna e il suo territorio addirittura nell'inverno del '44, facendo ritirare i tedeschi. Per questo, lui comunista, venne insignito di una medaglia d'oro al valor militare dagli stessi inglesi. Sulla strage non disse nulla, ma nel suo diario scrisse alla data del 9-10 maggio 1945 che «rastrellamenti dei fascisti erano stati operati spontaneamente dai patrioti un po' dovunque (...), pressoché impossibile intervenire (...)».

Archivio della parrocchia di San Zaccaria a Codevigo. Contiene il "chronicon" del parroco Umberto Zavattiero, in pratica l'unico racconto in diretta dei fatti di Codevigo. Era già noto, ma ora permette raffronti fondamentali.

Archivio storico del "Gazzettino". Non c'è nulla sulla strage. Una testimonianza indiretta del silenzio calato su quegli episodi. Notizie invece sulle richieste della moglie di Giovanni Ghellero per riavere i suoi beni depredati dopo la Liberazione. La signora inonda di esposti il pretore di Piove di Sacco. Recupererà in parte i suoi beni e tornerà ad abitare nella sua villa.

Archivio del "mattino". Per gli articoli del 1990 di Enzo Bordin.

Archivio privato di Rossana Melai.
Figlia di Rosa Melai, la pasionaria repubblichina che si dedicò al recupero delle salme e alla loro tumulazione in un ossario, eretto nel 1961-62. Di qui esce la documentazione fotografica sulla riesumazione dei corpi.

Archivio privato di Claudio Valisari. Qui la documentazione
sull'attività di fascisti e antifascisti sotto la dittatura. In particolare la denuncia fatta al questore di Padova da Giovanni Ghellero, nei confronti di 22 braccianti socialisti della zona di Codevigo arrestati con l'accusa di essere pericolosi comunisti. Una repressione immediata. Era il 1928.

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