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Proporzionale e ritorno al passato

Nel caos post-referendario, sono molti i segnali di un ritorno al passato. Il primo e il più evidente: la riaffermazione di una meccanica politico-elettorale di impronta marcatamente proporzionale. L’intervento della Corte costituzionale, con l’amputazione della seconda gamba della Riforma renziana, sembra avere definitivamente invertito il percorso maggioritario degli ultimi vent’anni. Certo, rimane il premio assegnato dall’Italicum, ma vincolato alla soglia del 40%, ad oggi difficilmente raggiungibile. E, comunque, previsto per la sola Camera dei deputati.

Mentre al Senato vige il sistema, puramente proporzionale, ritagliato da un precedente pronunciamento della Consulta: quello che sentenziò il Porcellum. Insomma, avanti verso la “Prima Repubblica”? Anche l’attuale governo e l’attuale premier sembrerebbero sottolineare il cambio di stagione. Basta con la personalizzazione estrema, l’iper-attivismo mediatico, il politico-celebrità. Sembra quasi un presidente del Consiglio democristiano, Gentiloni: misurato, quasi invisibile. Al servizio del proprio partito. Ma tutelato da un presidente della Repubblica rigoroso custode dell’impianto parlamentare della nostra democrazia: lui sì, peraltro, cresciuto alla scuola della Dc.

Anche per queste caratteristiche, l’attuale governo non dispiace agli italiani. Quantomeno, viene visto come un interludio salutare: un fattore di stabilizzazione, rispetto alle turbolenze dei mercati, e di pacificazione, dopo la battaglia referendaria. Eppure, tutto questo, più che la prima stagione della storia repubblicana, sembra evocare i primi mesi del governo Monti.

Anche allora si parlò di un cambio di paradigma. Anche allora, l’austerità e il basso profilo mediatico del Professore e dei suoi tecnici rimarcavano la discontinuità rispetto ai fuochi d’artificio del berlusconismo. Si pensò che quel modello potesse durare, addirittura che da quella esperienza potesse nascere una nuova balena bianca. La successiva campagna elettorale, verso il voto 2013, mostrò come tali letture fossero fuorvianti. Perché le dinamiche del consenso sono ormai strettamente intrecciate alle logiche mediatiche. Che a loro volta mettono in scena la corsa tra i leader: una horse race nella quale il giaguaro di Bersani finì subito fuori competizione. Gli stessi elettori hanno interiorizzato queste regole non scritte. Così come si sono abituati all’idea di eleggere il proprio governo e il proprio premier. Lo dimostrano le polemiche di queste settimane sul “quarto governo consecutivo non eletto”.

O il dibattito sulla necessità - a destra, a sinistra, o nel M5s - di primarie per individuare il candidato premier. Ma (anche) il prossimo premier non sarà eletto dagli elettori. Magari - e non è affatto scontato - a conquistare Palazzo Chigi sarà il leader del partito che ha “vinto” le elezioni. Ma solo dopo essersi costruito una maggioranza: in parlamento e nei tavoli di trattativa tra partiti. Stringendo alleanze non dichiarate prima delle elezioni, probabilmente indigeste agli stessi elettori che gli hanno affidato il proprio voto. Insomma, uno scenario da “Prima Repubblica”, privo però del grado di legittimazione del quale, per una lunga fase, quel modello ha goduto. Del resto, non ci sono più i partiti di allora. La statura della classe politica appare lontana. Soprattutto, alle spalle dei partiti e dei leader, non c’è più la società novecentesca, con le sue coordinate e i suoi riferimenti valoriali. Quello che potremmo trovarci di fronte è, invece, una sorta di democrazia a due tempi: un tempo per la campagna elettorale, con finti candidati premier che fingeranno di poter vincere, rincorrendo il 40%; un tempo per la fase post-voto,

nella quale uno dei tanti sconfitti (o qualche mezzo vincitore) dovrà trovare un accordo con altri sconfitti. Si tratterebbe di una alternanza, schizofrenica, tra le logiche della Prima e della Seconda Repubblica. Con il probabile effetto di alimentare la delegittimazione del sistema.

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