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CALCIO: CATTIVA DOMENICA 

L’italico pallone in mano agli Anticristo

Stanno uccidendo l’anima della passione popolare e al tempo stesso un gioco che è sempre meno sport e sempre più finzione mascherata da realtà. Con l’Italia fuori dal Mondiale e con un sistema calcio che ha già accumulato tre miliardi e mezzo di debiti, vien da chiedersi cos’altro debba accadere ancora perché cambi qualcosa. Lotito ovunque sarebbe impresentabile, qui da noi è ancora lì che dà le carte

Stanno uccidendo l’anima della passione popolare e al tempo stesso un gioco che è sempre meno sport e sempre più finzione mascherata da realtà. Con l’Italia fuori dal Mondiale e con un sistema calcio che ha già accumulato tre miliardi e mezzo di debiti, vien da chiedersi cos’altro debba accadere ancora perché cambi qualcosa.

E la risposta non può che essere che quella più amara. A questo punto solo un metaforico meteorite in grado di spazzar via tutto il peggio in un colpo solo può arrivare dove il calcio da solo non può. Neanche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, a oggi è in grado di mettere in pratica l’unica minaccia reale, quella del commissariamento. Perché una sorta di slalom fra le regole permette a chi ha portato il calcio fino a qui di condizionare pesantemente un “dopo” che, con queste premesse, non potrà che essere prosecuzione della sciagura.

Il 29 gennaio la Federcalcio dovrà eleggere un nuovo presidente dopo le dimissioni forzate dell’ex numero uno per conto terzi Carlo Tavecchio, re travicello in mano alla Congrega dei Peggiori. In corsa ci sono solo candidati di parte che non hanno aggregato consensi di altre componenti. E a condizionare pesantemente la sfida ci si è messo anche Claudio Lotito, presidente della Lazio e patron della Salernitana, grande elettore di Tavecchio, uomo che ha dato un pesante contributo allo sfascio e che conosce una sola logica: quella del «sei stai con me bene, se no...». In politica quello di Lotito si chiamerebbe Partito della razione. Nel senso che chi governa si fa la sua parte e che gli altri si arrangino, una sorta di incrocio fra novello laurismo e strategia delle fritture di pesce per chi ci sta. Una logica dell’aggregazione per paura di finire dall’altra parte e di non beccare neanche le briciole. La stessa che ha animato il regno di Carlo Tavecchio. Lotito lo sorvegliava a vista per evitare che se ne uscisse con le solite frasi razziste e devastanti, Lotito è quello che indossava la tuta della Nazionale come ostentazione del potere. Ed è anche quello che da Calciopoli uscì con una condanna mitigata nell’ultimo grado di giudizio ma il cui ruolo era pesantemente attivo. È lo stesso che strizza gli occhi agli ultrà della curva chiusa per razzismo aprendogli l’altra in occasione del raid con gli adesivi di Anna Frank con la maglia della Roma. Lotito è quello che telefonava al capo di Infront, la società con la cassa dei diritti tv, per far dare anticipazioni solo a quelli che poi avrebbero votato per gli amici degli amici. Lotito in un Paese normale sarebbe impresentabile, invece è ancora lì a dar le carte. Per nulla imbarazzato dall’appoggio di personaggi ancora più discutibili, come Enrico Preziosi, presidente del Genoa squalificato per via di una valigetta piena di soldi per comprare una partita per salire in Serie A e che per quella valigetta si trovò in C. Lotito era il co-sponsor di Tavecchio insieme con l’allora presidente della Serie C, Mario Macalli, uno che ha tenuto la categoria sotto scacco, l’ha fatta sopravvivere nei debiti ed è finito male anche per via di una storiaccia di contributi negati alla sua società di origine, il Pergocrema, per farla fallire e mettere al suo posto un’altra con il marchio di sua proprietà. Oggi la C è in mani migliori, quelle di Gabriele Gravina, ma è assediata da debiti inesigibili e vede sparire squadre una dopo l’altra grazie a regole sui controlli finanziari efficaci come uno scolapasta sotto una cascata.

Lotito, e quelli che stanno con lui, sono gli anticristo in Chiesa. I Lotiti sono l’antiriforma, la conservazione del Medioevo per continuare a gestire il potere per il potere. Quelli del no alle seconde squadre, quelli delle briciole ai settori giovanili. Quelli che i debiti fiscali li rateizzano in 23 anni, perché «se no poi agli ultrà chi glielo dice che dobbiamo fallire». Quelli che li vedi e sembra che ti dicano, come in una riedizione del Marchese del Grillo, «io so’ io e voi non siete un cazzo».

Ecco perché, oggi più che mai e con tutto il cuore, c’è tanta voglia di tifare per il meteorite.

twitter: @s_tamburini

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