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Bruxelles guastafeste ma l’italia resta fragile

L’opinione

La lettera vera arriverà solo tra qualche giorno, in tempo per infiammare la campagna elettorale. Ma sarà solo una richiesta di chiarimenti: quella vera, che siamo abituati a chiamare “il diktat di Bruxelles”, partirà solo a maggio dell’anno prossimo, e avrà come destinatario il prossimo governo di Roma. Ciononostante, da ieri ha fatto la sua comparsa ufficiale nella campagna elettorale per le politiche anche il convitato di pietra: la Commissione europea. Non c’è da scandalizzarsi, né da gridare alla lesa maestà.

Non solo perché abbiamo firmato dei trattati, e li abbiamo recepiti in Costituzione; ma anche e soprattutto perché lo spazio dell’economia è più ampio di quello della politica, e ogni tanto qualcuno e qualcosa ce lo ricorda. Ieri è toccato al falco Katainen, che mentre qui tutti stappavano lo champagne per i dati Istat sul Pil ha guastato la festa: «Tutti possono vedere i numeri, la situazione in Italia non sta migliorando».

Non ha spiegato a quali numeri si riferiva, ma è facile trovarne a conferma del suo pessimismo. Basta guardare nelle migliaia di emendamenti che stanno infiocchettando una manovra economica già debole e che contribuiscono a fare del bilancio 2018 un anno perso, fiscalmente parlando: senza una direzione e un’identità precisa nella scelta della destinazione della scarsa politica espansiva che le compatibilità consentono, senza la forza di rifiutare quelle compatibilità ma senza neanche il coraggio di osare, pur restando al loro interno, scelte specifiche e incisive sull’economia. Ma il governo può ben rispondere alla lettera e alla battuta del finlandese impugnando i numeri positivi: il deficit che comunque rispetta i paletti, le esportazioni che tirano, e l’economia reale che cresce al ritmo più alto degli ultimi sei anni.

Sei anni. Bisogna tornare al secondo trimestre del 2011 per avere un ritmo di crescita del Pil paragonabile a quello, positivo, del terzo trimestre 2017. Non che allora navigassimo nell’oro: si assisteva a una piccola ripresa dalla prima fase della recessione, e stavamo per sprofondare nella seconda. Ma soprattutto, sei anni fa, esattamente in questi giorni, Mario Monti saliva al Quirinale sull’onda della crisi degli spread, con un programma lacrime e sangue interamente scritto sulla base di altre lettere da Bruxelles. Cos’è cambiato da allora?

Il Pil va bene, ma la ripresa è selettiva, su singoli territori e singole industrie. Dopo anni di avanzo primario, non abbiamo scalfito affatto il moloch del rapporto tra debito e Pil. Siamo tornati al numero di occupati del 2007, ma generosi contributi pubblici alle assunzioni (con gli sgravi) non hanno aumentato il lavoro stabile e a tempo pieno. Mentre gli effetti della lunga crisi sul corpo sociale sono ancora forti e dolorosi soprattutto tra i più deboli, come ci ricorda Save the Children con i numeri sulla povertà e la deprivazione minorile.

Tutto è cambiato, invece, nello scenario politico. Dire oggi “ce lo chiede l’Europa” ha tutt’altro senso e consenso. L’Europa, intesa come istituzioni dell’Unione, è ancora più debole e in rotta che allora; e il mittente della temuta lettera non troverà molti destinatari pronti ad accoglierla, almeno a parole. Nei tre schieramenti nei quali con tutta probabilità sarà diviso il prossimo parlamento, il tasso di fedeltà a Bruxelles è assai basso: tra i Cinquestelle, che hanno rinunciato al referendum per una Italexit ma per opportunismo e non certo per una svolta europeista; e con maggiori ambiguità, nello schieramento del centrodestra che ha componenti chiaramente anti-Ue (Salvini e Meloni) e come regista il redivivo Berlusconi che fa il moderato ma presenta un libro dei sogni che per i rigoristi dell’Eurogruppo è un incubo.

Resta il centrosinistra, storicamente il principale “alleato” di Bruxelles in Italia, che ha una spericolata tattica “di governo e di lotta”: con Padoan
e Gentiloni da una parte, a garantire per l’Europa, e le bordate di Renzi dall’altra, a contendere il terreno ai populisti. Bruxelles scrive, ma chi e come risponderà? Sarebbe meglio saperlo prima delle elezioni, e non in segrete trattative dopo il voto.

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