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IL PERSONAGGIO

Emerson Fittipaldi, l’ultimo eroe romantico della grande Formula 1

«Uscivo di casa senza esser certo che sarei tornato. I migliori di oggi sarebbero stati grandi anche allora»

Forse è l’ultimo dei romantici (nel corso dell’intervista gli squilla ripetutamente il telefono: è la compagna, e sul display appare la scritta “Amor”, che non ha bisogno di traduzione) ma di sicuro Emerson Fittipaldi, oggi settantenne, è stato un fuoriclasse delle quattro ruote: si è fregiato del titolo di campione del mondo di Formula 1 per due volte (1972 con la Lotus, 1974 con la McLaren) prima di trasferirsi in America e conquistare il campionato Cart e, in due occasioni (1989 e 1993), la mitica 500 miglia di Indianapolis. Parlare con lui è come fare un emozionante tuffo nel passato. L’Italia gli piace e non lo nasconde. D’altronde il suo cognome tradisce origini lucane. Il nonno Pasquale emigrò da Trechina, in provincia di Potenza, stabilendosi a San Paolo, in Brasile, dove nel 1943 è poi nato il primo nipote Wilson, anch’egli pilota di Formula 1, ma con minore talento del fratello Emerson, venuto alla luce tre anni più tardi.

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Siamo a Lonato del Garda, in provincia di Brescia, nella terra dei suoi avi. Lei è qui in veste di padri di pilota di kart.

«E Monza, per me, è stata sempre importante. È un tempio della velocità, si dice così? Sa, mi è sempre piaciuto correre lì, la passione degli italiani è inimitabile e poi ho sempre avuto tanti amici tra i suoi connazionali, come Vittorio e Tino Brambilla (entrambi ex piloti anche di Formula 1, ndr). Monza ha rappresentato fin da subito i due estremi di quello che può succedere nelle gare di velocità. Lì ho vissuto la mia prima esperienza tragica, nel 1970, con la morte del mio compagno di squadra alla Lotus, Jochen Rindt. Due anni più tardi, invece, arrivò la gioia del successo nel Gran premio d’Italia che significò anche la matematica certezza del mio primo titolo di campione del mondo».

Nella Formula 1, e non solo, se si parla di Italia, si pensa subito alla Ferrari.

«In due occasioni sono andato vicino a diventare un pilota del Cavallino Rampante. La prima volta ci fu un contatto, credo fosse il 1973, ma ero legato alla Lotus e non se ne fece niente. E poi approdai alla McLaren. La seconda, nel 1976, quando Niki Lauda ebbe lo spaventoso incidente del Nurburgring. Mi chiamò personalmente il commendatore (testuale, ndr) ma avevo un contratto in essere. Va anche detto che Niki fece un autentico miracolo nel rientrare in pochissimo tempo e rimettersi nell’abitacolo della Rossa».

Non ha mai avuto paura?

«Uscivo di casa al mercoledì, o al giovedì, per andare a correre i Gran premi e pensavo: chissà se domenica sera ritornerò. Appena giungevo nella nazione in cui avrei dovuto gareggiare i pensieri tristi, però, svanivano e nella mia testa c’era spazio soltanto per un paio di concetti: ottenere il meglio dalla mia monoposto e andare al limite. Mi sono divertito tantissimo, ma era davvero tanto pericoloso».

Tantissime le differenze con il presente, immaginiamo.

«Era come guidare un kart gigantesco, tutto era meccanico, l’elettronica non esisteva e dovevi essere bravo nel domare “bestie” da centinaia di cavalli. Il pilota lavorava con la squadra per sviluppare la propria macchina, spiegava quali fossero i problemi e sperava che venissero risolti. Ma posso assicurare che, alla fine, era il pilota che si adattava al mezzo e non viceversa».

Anche nei rapporti umani era molto diverso.

«Un mio carissimo amico è stato Ronnie Peterson, ecco un altro legame purtroppo triste, in questo caso, con Monza (lo svedese morì per le ferite riportate nel Gran premio d’Italia del 1978, ndr). Quel maledetto giorno di settembre era nervoso, perché sapeva che sarebbe dovuto arrivare dietro a Mario Andretti, in lotta per il Mondiale con la Lotus, per ordini di scuderia».

Ci racconta del campione scandinavo?

«Quando sono arrivato in Europa ho iniziato a battagliare con lui, prima in Formula 3, poi in Formula 2 e quindi in Formula 1. Ci frequentavamo spesso anche fuori dai circuiti, lui veniva a trovare me e la mia famiglia in Svizzera, dove vivevamo, e noi facevamo altrettanto con lui, andando a trovarlo a Londra. Una persona splendida, molto trasparente. Il mese scorso sono stato invitato in Svezia, alla prima di “SuperSwede”, il film dedicato a lui. Fate il possibile e l’impossibile per andare a vederlo, perché è veramente molto realistico e rende onore a un eroe sfortunato».

Lei ha vinto anche in America.

«Ho avuto questa fortuna, grazie a Dio. Di mio ho messo tantissima passione e, ne vado orgoglioso, l’umiltà di ripartire da zero, perché lì, per esempio, si guida con una tecnica completamente diversa da quella che si utilizzava in Formula 1 ai miei tempi. È stata una sorta di rinascita. Ero già sulla quarantina e mi sembrava di avere 20 anni. C’erano autentiche dinastie di piloti che andavano forte, gli Unser e gli Andretti, solo per citarne un paio».

Anche la dinastia Fittipaldi non scherza però.

«Ci sono i miei nipoti Enzo, che corre in Formula 4, e Pietro, che partecipa alle World Series. E poi c’è mio figlio Emmo, 10 anni, che si sta facendo le ossa con i kart».

Ci parli di lui.

«Quando posso lo porto in Italia, perché qui ci sono i migliori piloti: sono aggressivi e competitivi e da loro può imparare davvero tanto, anche perché a livello artistico qui si è davvero al top mondiale. Di recente Emmo ha vinto una gara e quando è sceso dall’abitacolo gli ho detto: bravo, hai guidato molto bene, come se fossi un italiano, e hai mostrato di avere talento».

Buon sangue non mente, del resto. Ma a proposito di talenti in Formula 1, cosa pensa di quelli attuali?

«I migliori cinque-sei del momento sarebbero stati molto competitivi anche ai miei tempi. Due mi piacciono in modo particolare e sono Lewis Hamilton e Fernando Alonso. Quando indossano il casco diventano due autentici combattenti. Mi piace molto anche Max Verstappen, è veramente fantastico!».

A Fernando Alonso non consiglierebbe l’America?

«La Formula 1 è sempre la Formula 1. E poi adesso gli americani sono arrivati anche qui, con il nuovo management che gestisce il Circus. Sono convinto che il gruppo di proprietari subentrato a Bernie Ecclestone abbia le idee chiare su come migliorare il movimento, in particolare nel rapporto tra il pubblico e i piloti. Oggi gli appassionati vengono tenuti troppo lontani, in ogni senso, dai propri tifosi. E poi sono convinto che lavorerà sulla riduzione dei costi, per consentire sempre più ai nuovi talenti di emergere e di giocarsela alla pari con i più esperti. Perché puoi essere bravo quanto vuoi, ma se la tua macchina va più lentamente delle altre sarai sempre destinato a rimanere nelle retrovie».

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