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Legge elettorale. Nello scrutinio segreto, l'incoerenza dei politici

L'opinione

Verrebbe da dire: ci fosse lui in Parlamento, forse i suoi agirebbero diversamente. Non andrebbe così, invece. “Lui” è Beppe Grillo, fino a un mese fa leader assoluto di M5S, e sarebbe tempo perso chiedergli consequenzialità tra affermazioni solenni e azioni concrete. Nel marzo 2013, per dirne una, aveva vergato di propria mano sull’omonimo blog, la cui lettura è l’obbligatoria preghiera mattutina del suo popolo, parole non equivocabili: «Il voto segreto non ha senso, l’eletto deve rispondere delle sue azioni ai cittadini con un voto palese. Se questo è vero in generale, per il Movimento 5Stelle, che fa della trasparenza uno dei suoi punti cardinali, vale ancora di più».

Peraltro Roberto Fico, il più ortodosso degli ortodossi grillini, tuttora forte di un vasto consenso tra gli iscritti, interpellato l’altro ieri da una giornalista non ha avuto tentennamenti, a conferma che – almeno su questo punto – in quattro anni e mezzo il programma del M5S non è cambiato: «Siamo sempre favorevoli al voto palese».

Perché, allora, i deputati grillini si apprestavano a chiedere il voto segreto sulle decine di emendamenti al testo della legge elettorale in discussione alla Camera? Volevano soltanto creare trappole in cui la maggioranza sarebbe inevitabilmente caduta? E perché hanno invitato alla ribellione di piazza quando si sono concretizzate «l’inaccettabile sottrazione di libertà e la violazione delle prerogative del Parlamento» in forma di fiducia e relativo voto palese chiesti dal governo sugli articoli principali del Progetto di legge numero 2.352?

In Italia, invocare coerenza e trasparenza dai politici e, in particolare, dai parlamentari è come pretendere verità ed efficienza dai giudici e dagli avvocati. Lo dimostrano i numeri: tra Camera e Senato ha cambiato gruppo almeno una volta più di un terzo degli eletti del 2013, che diventa la metà con i passaggi multipli, da A a B, da B a C, da C a D.

Inutile cercare tracce di coerenza e di trasparenza in questa vicenda della legge-elettorale-che-non-c’è. Da una parte si schierano quanti (il Pd, una parte di Forza Italia e persino la Lega) si trovano strumentalmente d’accordo sul ricorso alla fiducia perché sanno di non poter controllare i propri deputati nel segreto dell’urna parlamentare, dove diventare franchi tiratori risulta tentazione irresistibile.

Sono gli stessi partiti che affermano che il Paese deve andare alle urne con le certezze di governabilità garantite solo da una legge omogenea tra Camera e Senato ma di fatto vogliono in primis ridurre le chance di successo elettorale del Movimento 5Stelle.

Dall’altra troviamo chi – i grillini, i bersanian-d’alemiani eccetera – intende utilizzare qualsiasi strumento parlamentare, compresi quelli in passato tacciati come “vergognosi”, pur di evitare che sia Matteo Renzi a dare le carte dopo le elezioni.

In attesa dell’appuntamento del voto di primavera, la politica italiana si sta cristallizzando intorno a questi due timori contrapposti: il primo è che il Paese sia consegnato ad amministratori inesperti che non è più corretto chiamare “grillini” (meglio “dimaiani”?), il secondo che l’ex sindaco di Firenze si confermi l’uomo forte nella prossima legislatura, ripetendo gli eccessi di arroganza del passato.

Anche rispetto a queste paure, le aggregazioni che stiamo vedendo realizzarsi sulla legge elettorale appaiono contro natura: cos’hanno da spartire M5S e Mdp? Qual è il terreno comune tra Brunetta e Guerini? In queste ore stupisce scoprire nei talk show televisivi, da Omnibus ad Agorà, da L’Aria che Tira a #cartabianca, nemici giurati che si trovano d’accordo e amici di lunga data che s’insultano. A giorni, però, il nastro si riavvolgerà e i renziani la smetteranno di flirtare con i leghisti così come pentastellati e sinistra-sinistra torneranno a litigare su tutto. Consapevoli

che, a prescindere dall’approvazione o dalla bocciatura della legge infelicemente intitolata “Rosatellum”, una volta chiusi i seggi elettorali non sapremo chi avrà i numeri per governare il paese.

@claudiogiua

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