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Ecco servita la scissione della scissione a sinistra

È andata proprio come si diceva, e si scriveva anche qui. E forse non è ancora finita, comunque gli ingredienti sono quelli già nel piatto da qualche settimana: la manovra finanziaria e lo ius soli con appendice di nuova legge elettorale, s’intende. Salvo poi scoprire che nell’ultima – per ora – scissione della scissione della scissione non c’entrano né la manova né lo ius soli né il Rosatellum. È un sospetto, eh?

La sinistra a sinistra del Pd, e qui si parla solo di Mdp, cioè della diaspora bersaniana, è già una e trina: da una parte c’è il buon Giuliano Pisapia, con sogni di Ulivo, di centrosinistra allargato e di dialogo-alleanza con il Pd; dall’altra Massimo D’Alema, sempre più astioso, vendicativo, divisivo, convinto che l’unica strada prima del voto sia mettere in difficoltà il governo e Renzi, costringerlo a prendere i voti di Silvio e di Denis, e sulla denuncia di questo “inciucio” modellare la prossima campagna elettorale. Contro il Pd.

E in mezzo c’è Bersani, deciso ad aprire un’altra Ditta, ma senza rompere definitivamente con il Pd, senza il quale, piaccia o non piaccia, sinistra e centrosinistra non esistono. Le divisioni si sono riproposte pari pari nel recente voto sulla manovra, con tanto di mediazione finale in virtù della quale Mdp ha votato sì allo scostamento di bilancio, ma contro la relazione allegata al Def, solo perché nel primo caso occorre una maggioranza qualificata, nel secondo basta il 50 più uno. Come a dire: siamo contro, ma non facciamo cadere il governo. Anche se non serviva, le truppe di Verdini e Berlusconi si sono precipitate in soccorso di Gentiloni per far capire che non c’è imboscata che tenga.

Difficile che l’elettore di sinistra, che pure ne ha viste di tutti i colori, comprenda il senso di questo arabesco parlamentare che parla più a Renzi che ai cittadini: rompendo con il governo, infatti, si chiudono gli spiragli di una trattativa utile per migliorare la legge, se davvero lo si vuole. Una delle materie del contendere, per esempio, è il superticket sanitario che a Mpd non piace, ma anche se Padoan si è detto pronto a rivederlo, Bersani si è affrettato a dire che nulla cambiava. Boh.

Gli esperti del ramo spiegano che la vera posta in gioco è la nuova legge elettorale, il cosidetto Rosatellum; altri ci mettono pure lo ius soli per la cui approvazione si allunga la lista dei parlamentari disposti – forza dell’inventiva – allo sciopero della fame a staffetta. Ma le due spiegazioni non convincono del tutto. Il Rosatellum, un po’ proporzionale e un po’ maggioritario, sembra infatti studiato per scontentare il meno possibile partiti e notabili: resuscitando i collegi uninominali, aiuta Pd e Lega che vantano un radicamento territoriale; cancellando le preferenze, previste invece dalla Consulta dopo la bocciatura dell’Italicum, riconsegna ai partiti potere di vita e di morte sulle liste, e forse questo farà piacere anche al nuovo leader Luigi Di Maio che deve guardarsi dai tanti oppositori interni al movimento. E Mdp? E gli altri cespugli di sinistra? Lo sbarramento dell’8 per cento al Senato ridotto al 3, come alla Camera, dovrebbe aiutare i più piccoli (ma Mdp si sente già grande); la concessione di un senatore a chi raggiunga il 3 per cento anche solo in tre regioni, accontenta Alfano, che in cambio farebbe uscire i suoi dall’aula al momento della votazione sullo ius soli, la cui approvazione farebbe la gioia delle sinistre, ma anche del Papa e di Mattarella. La possibilità di presentare coalizioni alla Camera, senza dover indicare un candidato premier né un programma comune, soddisfa Renzi e Berlusconi, perché poi c’è il proporzionale, che ai fini dei rapporti di forza conta di più, ognuno per se e dio per tutti. Un po’ di qua, un po’ di là.

Stando così le cose, piaccia o no, il Rosatellum sembra avere i voti per diventare legge. Ma non si può mai dire, meglio essere prudenti. Mdp, appena nato e già dilaniato dallo scontro al calor bianco tra
D’Alema e Pisapia, scalpita ancora: evidentemente non conta tanto rimettere insieme la sinistra e vincere la sfida, ma affermare una presenza in Parlamento. Anche a costo di far prevalere la destra o i 5Stelle. Sicuri che l’elettore di sinistra capirà?

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