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50 anni, c’era una volta la mezza età

50 anni, c’era una volta la mezza età

I consigli dell’esperto per viverla al meglio. Il traguardo del mezzo secolo non è più quello di una volta... Il confine si sposta e garantisce a tutti un percorso migliore verso la vecchiaia. Basta non esagerare e capire i “segnali”
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C’era una volta la mezza età. Certo non è sparita, ma il suo confine è sempre più indefinito mentre si sposta in avanti, verso un momento della vita in cui una volta si era semplicemente vecchi. I progressi della medicina, la migliore qualità della vita, il conseguente innalzamento dell’età media hanno portato sessantenni e settantenni a far concorrenza ai quarantenni di una volta.

Per questo la soglia dei 50 anni non fa più paura come una volta. Non che si possa pensare di continuare a essere supergiovani per sempre. Però è indubbio che anche quello che fino a qualche anno fa era l’inizio del cammino verso l’autunno della vita adesso riserva ben altre aspettative. È vero che tutti incontriamo delle fasi critiche dai risvolti personali, dei passaggi evolutivi che necessitano di cambiamenti e che l’età di mezzo ne è molto coinvolta. Ma oggi è vissuta con più scioltezza rispetto al passato, come una tappa della propria evoluzione personale.

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Il professor Domenico Cosenza, esperto di psicologia del ciclo di vita, docente all’Università di Pavia, direttore scientifico della comunità terapeutica La Vela di Moncrivello (Vercelli) e responsabile dell’associazione Klinè di Milano, ci aiuta a capire come vivere al meglio l’età di mezzo, in poche parole “a starci dentro”.

Come raccontare, analizzare questa età?

«Si tratta di un’età complessa nella quale si devono affrontare trasformazioni importanti e non solo del corpo. Ci sono cambiamenti del desiderio e di prospettiva. La difficoltà di questo momento di vita sta nel riuscire ad assumere e affrontare la propria condizione di trasformazione. Se ciò non avviene si possono determinare risposte diverse ed estreme: in modo maniacale (chi nega il cambiamento e riesuma comportamenti tipici di età precedenti, da giovane adulto) e in modo depressivo (chi rimane incollato in una condizione che non c’è più, una sorta di immobilismo rivolto al passato)».

Dunque un’età densa di impegni emotivi e psicologici. Ma ci sono molte risorse sulle quali poter contare.

«Certo. Si può contare su una maggiore stabilità e solidità, una condizione in genere più definita, un quadro familiare strutturato, una maggiore consapevolezza di se stessi. Sono risorse importanti. Che possono aiutarci ad affrontare il compito evolutivo che questa età ci riserva per continuare a promuovere e realizzare se stessi».

Banalmente diciamo che i 50 anni di oggi non sono quelli di una volta. In realtà quali sono le differenze?

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«È cambiato molto. Una volta c’era una maggiore omogeneità nei modi di vivere e la speranza di vita era minore. Soprattutto per ragioni culturali, era sentito diversamente il passare del tempo. Oggi a 50 anni siamo nel pieno della nostra esistenza, è disomogeneo il tipo di vita che si conduce ed è diverso anche il modo di affrontare questa età».

La cosiddetta crisi di mezza età è inevitabile?

«Non è una crisi con difficoltà scritte in modo ineluttabile, c’è sempre in gioco qualcosa di soggettivo relativo al modo personale in cui ci rapportiamo alla nostra età e viviamo i cambiamenti. Ci sono situazioni delicate contingenti, siamo a cavallo tra le generazioni – genitori che invecchiano e muoiono, figli che crescono e se ne vanno – spesso accettare lo svincolo dei figli, soprattutto da parte delle madri, non è semplice. Le criticità sono legate alla difficoltà di vedere davanti a noi del nuovo, alla perdita di vitalità e di desiderio, alla ripetitività. Ma per ognuno il modo di affrontarle è diverso. Ogni crisi contiene in sé possibilità concrete di evoluzione, di crescita e di positiva affermazione dell’individuo».

E le differenze tra uomo e donna?

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«Per quanto anche l’uomo oggi sia sensibilizzato sugli aspetti corporei, la donna vi è più coinvolta. Del resto siamo nella civiltà del narcisismo, avvinti da esigenze di esposizione della propria immagine che coinvolgono maschi e femmine. L’illusione che attraverso la tecnica e la chirurgia si possa fare e rifare tutto per eludere i segni del tempo e negare i cambiamenti è dominante. Si punta a lavorare su aspetti esteriori quando i rifacimenti dovrebbero essere affrontati attraverso un lavoro interno».

Quanto pesa sulla coppia questo momento di crisi personale?

«Spesso è in questo periodo della vita che si verificano rotture di coppia. In molti casi sono decisioni avventate perché si riporta nella coppia un disagio di tipo personale, relativo alla propria difficoltà di accettare il cambiamento. I legami hanno maggiore difficoltà a essere vitali ma spesso accade in seguito a una crisi personale».

E allora che si può fare per vivere meglio questo momento di vita?

«Va colto come un’occasione di rielaborazione e di rilancio personale, rifacendo il punto della propria esistenza. Non deprimersi ma rimettere in chiaro cosa è veramente importante per noi, mettere in campo cose importanti per continuare. Occorre investire in una nuova progettualità, essere creativi. Non vuol dire necessariamente fare una psicoterapia – consigliata nei casi di forte difficoltà – ma comunicare e confrontarsi con le persone vicine è molto importante. Parlando e aprendoci possiamo farci una ragione di ciò che sta avvenendo. Se la parola è viva si affrontano meglio tutti i momenti di difficoltà».

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