La disperazione dei sindaci
di Omar Monestier
Quando l'insicurezza percepita raggiunge i livelli toccati in
Veneto, i nostri sindaci mettono fuori la testa e si prendono un
sacco di legnate. Eppure, avete mai visto qualcun altro avanzare
un'idea? A Roma? A Venezia? I tre elementi della questione
Cittadella, che tanto sta animando il dibattito sono:
Sicurezza-Territorio-Politica. Partiamo dall'ultimo che si lega
intimamente al primo.
Non c'è stata una buona politica dell'immigrazione, né con il
governo di centrodestra, che tanto ha strepitato ma che nulla ha
fatto, per esempio quando l'Unione europea ha dato il via libera
all'ingresso della Romania, né con l'attuale governo di
centrosinistra che, borioso e pieno di sé per una vittoria
elettorale di cui non ha compreso subito l'esiguità, ha esibito
un'idea dell'accoglienza che in Italia non esiste. Che non c'è più.
Le zone ricche del Paese sono state travolte da un'ondata
migratoria imponente, spesso illegale,
a volte violenta. Che ha generato reddito e servizi ma anche paura.
Riconoscerlo non vuol dire
fare razzismo. Che c'entra il razzismo? La Politica non decide più
nulla, né a destra né a sinistra. I fenomeni sociali vengono
affrontati solo nel teatrino tv di Vespa. Il Parlamento
dorme.
Non si spiega altrimenti il successo del libro «La Casta» della
coppia Rizzo-Stella. Sull'immigrazione, l'inerzia, lo scontro
ideologico sono prevalenti sull'analisi lucida e bipartisan che
l'impellenza richiederebbe. Il confronto è mediatico e poggia
sull'esibito buonismo rifondarolo del ministro Ferrero, da un lato,
e sull'aggressione verbale dell'asse Lega-An, dall'altro. Tutto
qua. Si può costruire una seria politica dell'immigrazione così?
No, non si può.
Secondo punto, quello centrale fra i tre: il Territorio. Davanti
alla spaventosa incapacità statale di affrontare un fenomeno
imponente come la migrazione di milioni di persone, che cosa
accade? Gli ultimi terminali delle nostre istituzioni democratiche,
quei poveri cristi dei sindaci, si vedono rovesciare addosso tutto:
l'insoddisfazione dei cittadini, la paura (quella vera e quella
inventata), la gestione dei danni causati da centinaia di poveri
vaganti da una città all'altra, alla ricerca di un mezzo per
sopravvivere. Il sindaco non è ancora dentro la Casta, non è un
parlamentare eletto per cooptazione dai partiti. I suoi elettori li
trova per strada tutti i giorni e ne raccoglie le doglianze.
Il sindaco di Cittadella Massimo Bitonci non è un celodurista come
Giancarlo Gentilini. Amministra però un'area fra le più ricche del
Veneto, dove la spinta migratoria è fortissima, dove la
microcriminalità spaventa. Nessuno si sogna di cacciare gli
stranieri, ma il sindaco si domanda come impedire che il loro
numero cresca a dismisura, trasformando un esempio di convivenza,
com'è oggi l'Alta Padovana, in un terreno di conflitto sociale.
Bitonci è una persona misurata, pacata. Cosa può fare? La sua
risposta è una lunga ordinanza, pensata con gli avvocati per essere
a prova di ricorso. Non è un atto di per sé particolarmente
originale. Lo definirei un gesto di disperazione, un atto di
denuncia, una forma ragionata di provocazione, che ha assunto i
toni della crociata leghista solo perché Treviso e Verona se ne
sono subito impossessati.
Non è una crociata. Fa il verso alla corsa parossistica di Walter
Veltroni, nel disperato tentativo di dare un calcio negli stinchi
al governo. E non funzionerà. Il governo è sordo, il Parlamento
ignaro, la Regione impotente. Io penso che Cittadella lanci
all'Italia il grido di dolore della periferia dell'Impero, sapendo
che nessuno lo coglierà. E' un modo sbagliato per affrontare una
questione vera, reale, tangibile. Né di destra né di sinistra. Per
questo, invece di chiedersi se esista un sistema chiaro di
controllo dei flussi migratori, la nostra Politica nazionale
leggerà del caso Cittadella e farà spallucce, oscillando fra
critiche ed elogi. Intanto il tempo passa e, senza una nuova legge
elettorale, questa classe di inetti di destra e di sinistra non
riusciremo a mandarla a casa.
(17 novembre 2007)