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Lui muratore, lei badante:
per casa una capanna

A 51 anni è troppo vecchio per un lavoro fisso, ma non per un impiego in nero
di Paolo Baron
CADONEGHE. Ore 12. Piazza delle Erbe a Padova. La gente intabarrata cammina per la passeggiata domenicale. Il vento gelido graffia il viso. Le pasticcerie del centro sono affollate. Bambini corrono felici sotto gli occhi dei genitori. A fianco del palazzo della Ragione i macellai del Salone stanno cucinando per beneficenza: tre euro e ti danno due fette di «musetto», una salsiccia, purè, fagioli in «tecia». L'odore è delizioso.
Ore 12. Argine del Brenta: giuridicamente territorio di Cadoneghe. Non è più Padova solo per un centinaio di metri. Ma il fiume è come una grande cerniera che tiene unito il territorio. Sotto la tettoia di una capanna mimetizzata, sopra un fornello da campo, Ionel (nome di fantasia), 51 anni, rumeno, sta cocendo dentro una pentola piena d'acqua di fiume una salsiccia e un altro pezzo di carne. L'odore è nauseabondo.
Inizia da casa Ionel il viaggio fra gli invisibili che vivono di là dal fiume e tra gli alberi. Ionel è muratore.

Vive nella capanna da due anni con la moglie. Lui lavora saltuariamente e rigorosamente in «nero». E' troppo vecchio per essere assunto. La moglie, invece è in regola. Accudisce due ragazzi handicappati di famiglie italiane. Ciò che lei e suo marito guadagnano è troppo poco per pagare anche un affitto. La maggior parte del denaro lo inviano in Romania dove sono rimasti i loro quattro figli. Nella capanna c'è tutto il necessario per vivere. Un letto, coperte, un armadio, la tv collegata a un generatore, il fornello. Ma questa non è vita. Anche se lo è per Ionel e sua moglie da almeno due anni. Il Comune di Cadoneghe sa della loro esistenza. Sa che vivono a duecento metri dal campo nomadi recintato e fornito di luce elettrica e servizi igienici. Rumeni e rom non vanno d'accordo. Ma i rumeni danno meno fastidio degli zingari. Per questo ottengono meno.


Ionel sorride. Parla a fatica l'italiano, ma è gentile. Ti invita ad entrare nella sua casa. Ti fa accomodare. E quando il fumo denso e puzzolente del fuoco acceso fuori della capanna ti investe a causa della cambiata direzione del vento quasi si scusa e ti cede il suo posto. Ionel e sua moglie fino a qualche giorno fa erano gli unici invisibili. Tempo fa c'erano altri nuclei familiari. Due anni fa gli operatori del Suem arrivarono qui per far partorire una giovane donna. Piano piano molti se ne sono andati, anche se i segni della loro presenza sono ancora visibili. Ora con lo sgombero della baraccopoli sotto il ponte di Pontevigodarzere l'argine è ritornato ad essere un rifugio per senza tetto, disperati e sbandati di ogni genere.
(19 novembre 2007)
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