Fede, Chiesa e riflettori
di Carlo Zaramella *
Penso sia arrivato il momento, peraltro già tardivo, di mettere la
parola «fine» a tutto questo clamore assordante, scatenato da un
giovane, forse animato di carrierismo politico e fama
hollywoodiana. Si deve ritrovare il buonsenso, virtù forse non più
di moda, accecati come siamo da personalismi e manie di
protagonismo.
Nessuno discute, né deve permettersi di farlo, le scelte personali
di Alberto Ruggin, che conosco personalmente e che consideravo - e
considero - un bravo ragazzo. Ciò nonostante, gli attacchi
indiscriminati che da lui, dalla sua famiglia e dagli ambienti a
lui vicini stanno arrivando alla nostra chiesa diocesana e al
nostro parroco don Paolino Bettanin non possono più passare sotto
silenzio.
Chi, come me, ha lavorato e lavora da anni come educatore dei più
giovani, conosce bene quanta ansia e preoccupazione paterna don
Paolino metta ogni giorno nella vita del patronato. Le scelte
personali di una persona, a maggior ragione di un ragazzo non
ancora adulto, dovrebbero rimanere tali, cioè personali. Cosa
avrebbe dovuto fare don Paolino di fronte a un'ammissione così
plateale e ostentata, amante delle foto e delle telecamere?
Cantare e animare la liturgia, leggere le letture durante le
celebrazioni eucaristiche, essere educatore e catechista: sono
tutti servizi che chiedono una credibilità, una fede autenticamente
vissuta e testimoniata. Chi non ha questa fede, deve correttamente
e umilmente farsi da parte, e nessuno può in ogni caso giudicare o
emettere sentenze. Parlo anche dei politici più o meno rampanti,
che in questi giorni cercano di sfruttare l'attenzione mediatica
per promuovere le loro posizioni, citando a sproposito Santi e
Maddalene. Ai cosiddetti politici spetti l'ansia e l'anelito di
ricercare il «bene comune» e non «i riflettori personali». Parlare
di famiglia è molto più serio, e certo non merita show e commedie a
teatro! Trovo poco elegante la ridda di questi giorni e il
comportamento di un giovane, affascinato dallo «star system», che
arranca ansimando dietro ogni telecamera. Rispetto Alberto, posso
anche credere nella sua buona fede, ma non posso condividere ciò
che sta accadendo e le sue azioni «mediatiche».
Credo che non si possa sostenere che l'essere omosessuale rientri
nella «normalità delle cose», come invece vogliono far credere
Alberto Ruggin e altri. Questo non significa legittimare giudizi di
qualità o evocare terribili pratiche e teorie di superiorità e
razzismo, ma la «famiglia» ha un suo fondamento naturale, anche a
prescindere da ogni dettame e convincimento religioso.
Carissimo Alberto, comprendo, ma non condivido assolutamente, le
tue posizioni e l'azione con cui rivendichi la possibilità di
sostenere il riconoscimento di alcuni, chiamiamoli così, «diritti».
Ma ogni battaglia deve essere fatta nel rispetto delle opinioni
altrui e delle altrui posizioni: ogni scontro dialettico deve avere
come regola fondamentale il rispetto. Ora basta! Non cedere alle
lusinghe dei riflettori e ritrova te stesso. Non infamare la Chiesa
nella quale anche tu sei cresciuto, di cui anche tu fai parte e
dalla quale anche tu hai avuto, nei momenti di difficoltà, parole e
segni concreti di aiuto e sostegno.
*
Responsabile Acr parrocchia Santa Maria delle Grazie
(21 novembre 2007)