Daniele, dal tumore alla maratona di New York

A 26 anni la terribile diagnosi: linfoma di Hodgkin. Due lustri di terapie devastanti e una scommessa: "Tornerò a correre"

    di Fabiana Pesci

    A soli 26 anni una maratona di cure, dodici cicli di chemio per sconfiggere il cancro. Oggi, dieci anni dopo, Daniele realizzerà il suo sogno. Una promessa fatta alla sua oncologa durante una delle centinaia di visite cui si è sottoposto nel corso di questi anni: «Guarire io? Certo che sì, e voglio scommettere che correrò la maratona di New York».

    Detto, fatto, il biglietto aereo ce l'ha già in tasca, partirà il 2 novembre. Dal 2002 al 2012 ne sono cambiate di cose: Daniele Luppari, che oggi ha 36 anni ed è tornato a vivere a Vescovana, suo paese d'origine nella Bassa padovana, ha sconfitto il linfoma di Hodgkin, si è sposato con la sua fidanzata storica, Alessandra, ha avuto anche un bambino.

    Ma, guarito il cancro, il destino lo ha preso in contropiede un'altra volta. Ha dovuto combattere contro un'ischemia. Daniele Luppari ha trovato nella corsa lo stimolo per continuare a combattere: macina decine di chilometri ogni giorno per ricordare a se stesso e agli altri che non bisogna arrendersi mai.

    Lavora nel bar di famiglia, ma pure con le scarpe da ginnastica ci sa fare. Ha partecipato alla docu-fiction R.U.N. in onda su RaiSport e la sua carriera televisiva è pronta al decollo.

    Come ha fatto ad accorgersi di essere malato?

    «Per caso. Volevo far togliere un piccolo lipoma, un accumulo di grasso assolutamente innocuo. Mi sono sottoposto a degli esami propedeutici a questo banale intervento chirurgico quando, nel corso di una radiografia, è emerso qualcosa di sospetto, che poi, dopo gli approfondimenti, si è rivelato un linfoma di Hodgkin inoperabile al mediastino, tra cuore e polmoni. Volevo sposarmi, nell'arco di pochi giorni sono passato dall'euforia alla disperazione, mi è crollato il mondo addosso».

    Cosa le hanno detto i medici?

    «Che avevo buone possibilità di cavarmela, ma non nascondo che avevo paura di morire. A casa cercavo di non far pesare la mia condizione, tenevo sempre il sorriso stampato sulle labbra. Ma appena rimanevo solo saliva il magone. Allo Iov ho trovato uno staff di medici che non mi ha mai lasciato solo. La mia oncologa, il primo giorno che mi ha visto, mi ha detto che l'avrei odiata perché mi avrebbe fatto soffrire. Io le ho risposto che mai avrei potuto odiarla, perchè mi stava salvando la vita».

    La chemio è stata dura?

    «Durissima, dodici cicli. Ma non volevo che le medicine mi mettessero ko. Andavo alle sedute guidando io. Le chiedevo a tutti i costi al lunedì per poter tornare in piedi entro il fine settimana, occasione in cui potevo stare con la mia famiglia. La mia fortuna è stata quella di aver scoperto la malattia quando era ancora in fase silente, ho aggredito lei prima che lei aggredisse me. Dopo la chemio è toccata la radio. Lo ammetto, è stata veramente dura».

    Quando ha capito che stava vincendo lei sul cancro?

    «I medici erano sempre più soddisfatti dei risultati degli esami di controllo ed io poco a poco riacquistavo forze. Dopo otto mesi di full immersion di cure il linfoma sembrava sconfitto. Ma la paura è rimasta, ad ogni visita».

    Lei non ha dovuto combattere solo contro il cancro.

    «La malattia mi aveva costretto a lasciare il lavoro, facevo l'installatore di impianti di condizionamento. Dopo il cancro percepivo una sorta di pensione, 110 euro al mese. Una somma irrisoria ed io non volevo essere sulle spalle dei miei, nonostante allo Iov mi avessero detto di starmene tranquillo. Così mi sono trasferito a Padova e ho trovato lavoro come commesso in un negozio di occhiali. Dopo sei mesi mi sono trasferito in un laboratorio di lenti. Lì sono stato colpito da un Tia, un attacco ischemico transitorio. Ricordo ancora la sensazione terribile che ho provato quando la parte sinistra del corpo si è bloccata, ed ero cosciente».

    E la passione per la corsa?

    «Io ho sempre giocato a calcio, ma dopo un infortunio nel 2006, ho dovuto dire addio al pallone. Non riuscivo a star fermo, quindi mi hanno consigliato di provare a correre. Non ho più lasciato le scarpette da ginnastica, non le ho appese al classico chiodo».

    Prima The R.U.N, ora la maratona di New York, dove vuole arrivare?

    «Ho partecipato al programma quasi per caso, mi piaceva l'idea di unire la corsa al mio essere estroverso e positivo. Da lì è nata un'esperienza bellissima. La prima cosa che ho detto al casting è che l'importante è partecipare. Ieri come oggi, voglio lanciare un messaggio alle persone che soffrono o che hanno sofferto come me. All'epoca della chemio, il viso gonfio, niente capelli, niente forze, ero uno straccio. Eppure ora sono qui. Non sono un eroe, ma non mi sono mai arreso. Ecco perché ora voglio dimostrare al mondo che il tumore non solo si può sconfiggere, ma che con un linfoma nel curriculum si può anche correre la maratona di New York».

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    16 settembre 2012

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