Praticò terapie alternative senza consenso informato

Depositate le motivazioni della sentenza che ha inflitto tre anni al medico Paolo Rossaro per le cure a base di vitamine nei confronti di due malati di cancro

    Legittimo rifiutare la chemioterapia da parte di un paziente. Ma il medico ha il dovere (e l’obbligo) di mettere quel paziente nella condizione di decidere e scegliere la cura con piena libertà e consapevolezza, bene informandolo sulle terapie disponibili sperimentate ed efficaci, senza aderire a eventuali richieste in contrasto con i principi di “scienza e coscienza”. Ecco, in sintesi, il punto centrale della motivazione della sentenza costata una condanna a tre anni di carcere al medico Paolo Rossaro, 60 anni, residente a Polverara e con ambulatorio ad Albignasego, finito sul banco degli imputati per duplice omicidio colposo e per violazione delle norme del codice di deontologia medica in seguito alla mancata applicazione dei protocolli terapeutici scientifici nella cura del cancro su due pazienti a favore, invece, di cure “alternative” a base di vitamine, integratori e un’acqua oceanica denominata siero di Quiton. Una sentenza dura, anche se il pm Renza Cescon non aveva esitato a sollecitare una pena ben più pesante di sei anni. È il 12 aprile scorso quando il giudice di Padova, Domenica Gambardella, emette la condanna stabilendo pure 565 mila euro di provvisionale immediatamente esecutiva a vantaggio delle parti civili, tutelate dall’avvocato Claudio Todesco (per la moglie e figlia di Cristian Trevisan, di Pojana Maggiore, ucciso a 36 anni di un linfoma di Hodgkin) e l’avvocato Tonino De Silvestri (per i parenti di Annamaria Tosin, di Caldogno, morta a causa di un cancro al seno). Due casi speculari: sia Cristian che Annamaria erano spaventati dalla chemioterapia. E avevano deciso di verificare altre possibilità di cura. Scrive il giudice nella motivazione: «... La mancanza di una corretta informazione terapeutica ha avuto l’effetto di determinare (e far persistere nell’iniziale determinazione) in scelte operate su presupposti errati, con effetti devastanti per le persone offese, sottratte a quelle cure tradizionali che sicuramente avrebbero avuto l’effetto di garantire un’esistenza più lunga». Il medico «avrebbe dovuto fornire in tutto il percorso terapeutico una corretta informazione sulle opzioni terapeutiche..., sullo sviluppo della patologia..., non sottraendo il paziente alle sperimentate ed efficaci cure disponibili..., segnalando la necessità di Tac e altri esami, le possibilità offerte dalle cure tradizionali e l’assoluta non validità o efficacia scientificamente provata della propria cura». Non ci fu alcun consenso informato. Perciò «sussiste a carico di Rossaro una condotta omissiva e commissiva... in violazione dei principi di buona scienza medica e del codice deontologico... Se le terapie tradizionali fossero state intraprese a tempo debito, le possibilità di guarigione sarebbero state maggiori o, quantomeno, vi sarebbe stata un’aspettativa di vita maggiore».

    Cristina Genesin

    14 settembre 2012
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