L’amicizia con Jovanotti, la passione per Venezia, le altane e le bottiglie bevute in riva ai canali. Il 20 luglio è a Piazzola
PIAZZOLA SUL BRENTA. Nella musica di Ben Harper sembra di cogliere in ogni istante i paesaggi assolati della California, la babele di popoli e subculture di Venice Beach, la spiritualità del sangue Cherokee che scorre nelle sue vene. Il suo rock sanguigno e meticcio scalda il cuore, coglie l'eredità della musica afroamericana mischiando soul, funk, reggae, folk; alimenta la continua ricerca di quella pace interiore, e tra i popoli, che quasi mai è a portata di mano.
Cresce così l'attesa per il suo ritorno in Italia: sarà all'Hydrogen Festival di Piazzola sul Brenta venerdì 20 luglio.
Nei primi anni ’90 la scena “alternative” era dominata dalle rabbiose schitarrate del grunge, finché un giorno arriva Ben Harper e con la sua chitarra anni ’20, suonata distorta alla maniera di Robert Johnson, porta un'invasione di groove, che neanche ai fasti della Motown.
Dopo vent’anni dal suo primo disco, “Pleasure and Pain”, cosa la spinge ancora a fare musica?
«Ho iniziato a 20 anni, la passione e l'ambizione di suonare non mi hanno più abbandonato. Non so se esiste una parola per questo feeling: ispirazione? Motivazione?».
Anche in questo tour delizierà il pubblico in versione solista, chitarra e voce?
«Sì, prima che arrivi il gruppo sul palco apro ogni concerto con parecchi brani da solo».
Che rapporto ha con la sua “lap-style” Weissenborn? Come ne è venuto in possesso?
«Sono cresciuto circondato da strumenti musicali, con i miei genitori. Quando ho sentito quella chitarra ho riconosciuto il suono che volevo, quel suono mi ha sempre accompagnato fin da bambino».
“Don't give up on me now”, non smettere di credere in me, prima canzone dell’ultimo disco, parla di un momento particolare di difficoltà?
«Oltre al livello personale ho sempre scritto i miei brani con l'obiettivo che chiunque vi si possa riconoscere. Alla fine sono gli altri che ascoltano queste canzoni, mi piace l'idea che si possano identificare con i temi affrontati, anche interpretandole in maniera diversa. “Don't give up on me now” è un messaggio che può essere rivolto ai propri genitori, al proprio figlio, a tutti. Con la mia musica vorrei essere connesso con la vita degli altri, non pensare solo a me stesso».
Che valore ha il momento del live?
«Quando un pittore realizza un quadro, lo espone fissandolo al muro così la gente può guardarlo. In musica è diverso. L'unica volta che il quadro è veramente appeso al muro è quando stai suonando live. Finire la canzone e come togliere il quadro dal muro. Ascolto circa venti concerti l'anno e adoro quando la musica mi trasporta a un livello superiore, vorrei portare anche il mio pubblico in una sorta di viaggio, sprigionare un’energia positiva di cui essere parte integrante tutti assieme».
Nel 2007 ha collaborato con Jovanotti, come è stato?
«È stato incredibile, lui è stato una fonte di ispirazione per me. Ogni volta che sono con lui sento che sto migliorando come persona».
Cosa pensa dell'Italia? Due anni fa era al Jammin: ha visitato Venezia?
«Scherziamo? È una delle mie città preferite al mondo. È fantastico camminare tra i canali con gli amici bevendo vino dalla bottiglia, per non parlare delle altane sopra la città. Al momento del tramonto quando il sole va giù, tutto si ferma e solo Venezia esiste».
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