Antonveneta, la rabbia delle associazioni economiche

Zilio (Ascom): «Da Siena promesse tradite. Inquieta l’annuncio di 4.600 licenziamenti» Boschetto (Confartigianato): «Spudorati giochi finanziari hanno impoverito la città»

    di Mauro Pertile

    Quella dichiarazione dell’a.d. di Monte dei Paschi di Siena, Fabrizio Viola, sul destino di Banca Antonveneta, ha fatto inbufalire molti. Incorporata la banca, non sarà un problema se dovesse sparire anche il marchio, ci terremo ugualmente stretti i nostri clienti, è la sintesi del ragionamento di Viola.

    Ne è così sicuro?, si chiedono vecchi clienti, ex soci ed amministratori di Banca Antonveneta, che poi sono coloro che, assieme ai dipendenti, hanno contribuito in prima persona a far crescere questo istituto nato nel 1893 con uno sportello in via Marsala con l’insegna di Banca Cattolica Padovana e dal 1906 diventato Banca Antoniana.

    Professionisti, artigiani, piccoli operatori sono stati il cuore del primo azionariato di Antonveneta che progressivamente ha smarrito la matrice cattolica, soprattutto dopo la fusione dedl 1996 con la laicissima Banca Popolare di Padova e Treviso. Ma sono coloro che costantemente l’anno accompagnata e l’hanno fatta crescere investendovi denaro.

    «Siena ha fatto oggi chiarezza», ha detto l’industriale Mario Carraro in un’intervista al nostro giornale, alludendo al fatto che comunque Antonveneta era controllata da tempo al 100% da Mps.

    «Sì, è vero, poco possiamo fare, ma inquieta sapere che un direttore generale tranquillamente annunci 4.600 esuberi», afferma Fernando Zilio, presidente di Confcommercio Padova. «Ricordo perfettamente le rassicurazioni che ci fece il presidente di Mps quando rilevò Antonveneta. Vedere stravolgere ora la storia, vedere manager inquisiti per giri di denaro che ci furono all’epoca dell’acquisizione di Antonveneta, fa riflettere. Perché oggi scopriamo», aggiunge Zilio «che siamo stati acquisiti da chi aveva meno eccellenze di noi. Dispiace e preoccupa se sparisce il marchio: io non faccio discorsi localistici o di campanile, ma cosa diciamo ai nostri associati che chiedono sostegno e non trovano punti di riferimento in banca? Il piccolo cerca un direttore in filiale che abbia una sua autonomia decisionale. Che risposte può ottenere altrimenti?».

    Zilio critica anche la classe politica padovana: «Sono amareggiato perché la città perde tutto sotto il profilo della finanza. Vorrei capire che fine farà anche Fondazione Antonveneta che, per quanto non possa essere paragonabile a Fondazione Cariparo, svolge pur sempre un suo ruolo nella città. Questo spettacolo al quale assistiamo è anche il risultato dei continui litigi politici ed è lo specchio, se mi è concesso, di come è l’Italia oggi».

    Sulla stessa lunghezza anche Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Padova: «Dispiace, per chi come me e la mia famiglia aveva un legame storico con Banca Antonveneta e vi trovava un punto di riferimento. Si è visto successivamente come questa banca sia diventata oggetto di spudorati giochi di interesse finanziari. Non meritava di cadere in un giro del genere».

    «Condivido senza problemi l’idea che bisogna risanare le banche», aggiunge Boschetto, «riportarle in salute, ma allora vadano rivisti prima di tutto gli stipendi dei manager e dell’alta burocrazia. Detto questo il direttore di Antonveneta, Giuseppe Menzi va rispettato perché è sempre stato disponibile nei nostri confronti, molto concreto e perché crede nella banca al servizio della città. Questo dobbiamo riconoscerlo».

    «Ma il problema vero», conclude il presidente dell’Upa, Boschetto, «è che manca la volontà di portare la nostra città a contare nello scenario economico. Associazioni di categorie ed istituzioni locali devono allora ritrovare la voglia di valorizzare la nostra Padova. Abbiamo assistito a politiche economico e finanziarie alle quali evidentemente non interessava il ruolo di Padova. E nei confronti dell’unica banca rimasta, Antonveneta appunto, anche i padovani che contano non hanno saputo darle l’importanza che meritava: prima l’hanno sfruttata, beneficiando lautamente dell’Opa che ha portato consistenti guadagni e poi, quando evidentemente non serviva più, l’hanno svuotata e abbandonata al suo destino».

    «Un tempo c’erano soci-clienti che avevano un’etica, poi sono arrivati gli olandesi che hanno pensato al loro business, traformando la banca in merce di scambio togliendole la sua anima originaria. Ma anche il territorio fiorisce se al suo interno continua a vivere un’anima. E questo evidentemente non c’è più».

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    01 luglio 2012
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