In ventimila a Padova per l’artista no global francese tra chi vuole ritrovare se stesso e chi desidera far festa
Ci sono i quarantenni - e un po’ più - e i ventenni, molti più di quanti te ne aspetteresti a osannare un cantautore che calca le scene dai primi anni Ottanta. C’è chi è venuto per dare una lucidata a quella parte di sè che credeva in qualcosa - mediamente un mondo migliore, più democratico e dignitoso - e che qui cerca nuova ispirazione e chi, in fondo in fondo vuole solo far festa e godersi una serata spensierata “fumo&alcol” e domani è un altro giorno.
Il popolo di Manu Chao, che ieri sera si è riversato sullo Sherwood festival - in ventimila da tutta Italia -, è poliedrico più nella sostanza che nella forma, ché a vederlo sembra tutto “alternativamente” uguale. In molti hanno fatto tanta strada, come Adelio e Norma, partiti da Bergamo senza biglietti: glieli ha venduti un gruppo di milanesi a prezzo di costo e sono cominciate le chiacchiere. «Manu Chao parla di idee e di valori in cui riconoscersi, non è solo musica» sostiene Bruno, milanese, 32 anni o, come si definisce, «diversamente giovane», vestito di tatuaggi, professione educatore di cani. Come molti, insegue un ideale, sperando di non scoprire che è un miraggio: «Qui scambi idee, ti aggrappi a un sogno, ti riconosci nella musica e nell’ambiente» spiega. Come loro, più di loro, Elia e Laura, over 40 da Cuneo, dietro l’angolo se si considera che hanno seguito Manu Chao fino a New York e che ormai sono accreditati di default: a Padova lei, insegnante di aerobica e sommelier, festeggia i 60 concerti “monografici”, prima uscita dopo tre anni di pausa-maternità. «Andare ai suoi concerti è un po’ come tornare a casa» spiega Elia, musicista «c’è un senso di familiarità. È un artista coinvolgente, che ama stare tra la gente comune e il cui messaggio è estremamente attuale. Ti ricorda che i piccoli gesti possono incidere in maniera significativa, che puoi cambiare se non il mondo il tuo quartiere cominciando col portare la borsa al vicino che magari ti vede come strano». Diletta e Sergio, vent’anni, arrivano da Forlì, in corsa per una laurea in Scienze internazionali e diplomatiche. «Papà mi ha cresciuta con questa musica: è quello che si ascoltava in casa» racconta la ragazza originaria di Ancona. Il padre, insegnante di italiano e storia, “bloccato” a casa dagli esami le ha passato un testimone ideale «l’ultima volta avevamo provato ad andare a vedere Manu Chao in Croazia, dove ero in vacanza con i miei, ma l’ultimo biglietto l’ha comprato il tizio in fila davanti a noi». E poi, dicevamo, c’è chi vuole solo divertirsi, chi fatica a stare a bolla e ti racconta che sì è bello che ci sia ancora qualcuno che crede in qualcosa, ma che in molti, in realtà, - gli altri, ovviamente -sono venuti a cercare solo alcol&droga; c’è chi “denuncia” la presenza di bagarini che cercano di piazzare a 90 euro un biglietto che ne costava 20. Ancora, ci sono i turisti della musica, come Guido e il suo amico “mattacchione”che non ti dice il nome ma non esita a calarsi i pantaloni per mostrarti l’altra sua faccia: si dicono onnivori, spaziano da Guccini al Teatro degli orrori, ché l’importante è andare, tutti i week end via da Firenze in camper, estate e inverno e infine eccoli i ventenni che ti spiegano come «la nostra realtà sia ormai l’utopia» e compatiscono i quarantenni rassegnati «che vengono qui solo per ubriacarsi». E mentre speri che non ti vomitino sui piedi un cocktail di vino e birra ti raccontano che è giusto avere ideali, che cambiare le cose si può, anzi, si deve. Ma senza di loro, par di capire, perché loro sognano un futuro lontano dall’Italia.
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