Alberto Meneghetti lavorava al ristorante della Casa del Pellegrino a Padova. A giorni la direzione gli avrebbe rinnovato il contratto a tempo indeterminato. E' rimasto vittima dello scontro di ieri mattina tra Rubano e Mestrino
RUBANO. Il telefono di Alberto Meneghetti squilla in continuazione. È appoggiato sulla cappelliera dell’auto di servizio della Polstrada di Rovigo accorsa in ausilio ai colleghi di Padova. Dall’altra parte “del filo” c’è Sandro Lirussi, responsabile del ristorante della Casa del Pellegrino di via Cesarotti a Padova dove Alberto lavorava. Era lì che stava andando in scooter. Lirussi scoprirà un’ora dopo, quando chiamerà a casa del ragazzo cosa gli è accaduto.
A Rubano sono da poco passate le 9 di mattina. Il corpo di Alberto è pietosamente coperto da un lenzuolo bianco in attesa che il magistrato dia l’ok per il trasporto in obitorio. Fa già caldo. Gli agenti guardano nuovamente il cellulare che non smette di suonare. Alla casa del Pellegrino sono preoccupati. Alberto Meneghetti chiamava anche quando era in ritardo di pochi minuti. Il suono del telefono fa accapponare la pelle. Il silenzio vicino alla rotonda è quasi irreale. Sul lato sinistro della strada due amici di Nadir Huseynov sono seduti vicino al fossato. Uno dei due, a petto nudo, una pantera tatuata sulla spalla, i jean lerci e sporchi di sangue fuma nervosamente. Ha estratto Mirko Nigro e Leonaro Staka dalla Polo. Con loro aveva trascorso la notte al Tacu Tacu, dove si balla fino all’alba. Forse non sa nemmeno che dall’altra parte a pochi metri giace Alberto. O forse non gli interessa. È stordito dal troppo dolore. Il suo amico non c’è più. Nadir viveva con la famiglia a Rubano. Era arrivato sei anni fa. Dopo aver finito le medie aveva deciso di andare a lavorare. Faceva un po’ di tutto. Il muratore con il padre, ma anche il fattorino per un locale di pizza-express. Qualsiasi cosa pur di guadagnare. Poi c’erano gli amici. La sua seconda famiglia. «Era un ragazzo educato, giocava con i miei figli più piccoli, sorrideva sempre», è il ricordo di una mamma che ieri a causa della tragedia ha scoperto (perché si è messo a piangere dal dolore) che suo figlio, amico di Nadir per tutto questo tempo l’ha ingannata dicendole che ogni sabato sera andava dormire da amici invece li trascorreva al Tacu Tacu. «Quel locale va chiuso», aggiunge la mamma a denti stretti: «Lasciamo stare la droga o l’alcol. Solo trascorrere un’intera notte ad ascoltare musica a tutto volume, senza dormire e poi mettersi in auto equivale a giocare alla roulette con la vita». O con la morte. Nadir Huseynov ha pagato a carissimo prezzo un’imprudenza. Un errore che ha rovinato per sempre due famiglie. La sua e quella di Alberto. La cui unica colpa è stata quella di essere in quel punto della strada dove non c’era spazio per un sorpasso. Morto per un azzardo.
Alberto Meneghetti era atteso al lavoro come ogni domenica. Il suo unico sogno era riuscire a mettere via qualche soldo per sposarsi con la sua fidanzata, Pasqualina. Amava la pesca (era un esperto del bass-fishing) e il suo lavoro. Collocato da un’agenzia interinale alla Casa del Pellegrino un anno fa, la direzione aveva deciso di rinnovargli il contratto a tempo indeterminato come aiuto cuoco. Perché era bravo, ordinato, solare, gentile, stimato. Questo Alberto, però, non lo saprà mai.
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