In tutta Italia sono un centinaio le serrande abbassate. Coinvolti immigrati, ma anche italiani: 127 gli indagati
Ancora bar, ristoranti e pizzerie irregolari e ancora rischi per i cittadini. È un pozzo senza fondo quello in cui si è calata la Guardia di finanza quando, l’anno scorso, ha cominciato a indagare sulla truffa dei “registri esercenti il commercio” (rec), certificati che attestano il possesso dei requisiti professionali per poter avviare un’attività di somministrazione di bevande e alimenti. L’operazione “Testa di serpente” ha portato alla denuncia di 127 persone: nove per falso ideologico (formavano atti falsi usando modulistica originale) e 108 per falso materiale (documenti falsi in termini di contenuto e modulistica); tra queste, sei sono accusate di associazione a delinquere, mentre i quattro caporali, tutti cinesi, devono rispondere dei reati legati alla loro attività di intermediazione. Contestata anche la frode fiscale ma, tra le ipotesi al vaglio, si fa strada anche quella del riciclaggio di contante. Un centinaio le attività commerciali in tutta Italia per cui è stato avviato l’iter di chiusura: tra queste una quarantina nel Padovano. Tuttavia, spesso, di fronte all’ingiunzione di chiusura, i titolari dell’esercizio si fanno sostituire da persone in regola con il “rec” rendendo difficile lo stop agli esercizi. In questi casi se la cavano con una multa di 1.030 euro. «Stiamo eliminando la concorrenza sleale dal mercato» sostiene il colonnello Ivano Maccani comandante delle Fiamme gialle di Padova da dove è partita l’operazione. Questa, rientra nell’inchiesta che lo scorso anno aveva visto coinvolte 18 regioni con 1.600 denunciati, più di 200 tra bar, ristoranti e pizzerie chiusi, altri 2 mila esercizi sotto la lente e 552 Comuni truffati.
Nelle maglie dell’inchiesta, questa volta, un’organizzazione che operava principalmente tra Padova, Venezia e Verona, ma con diramazioni in sette regioni. La “cupola” che gestiva il business del “rec” falso era costituita da un veneziano, titolare di una società di servizi alle imprese, tre studi commercialisti con sede tra Padova e provincia e quattro veri e propri “caporali”, capi maglia dell’intera filiera, che viaggiavano con tanto di pulmino fino in Puglia, incaricati di raccogliere le adesioni al commercio di attestati e cercare nuovi clienti. Gestivano a 360 gradi gli extracomunitari dal loro arrivo in Italia, appoggiandosi a studi di consulenza per trovare loro lavori fittizi. Per gli immigrati con mezzi economici c’era, inoltre, la possibilità di acquistare il famigerato “rec”, evitando il corso professionale di 120 ore, invalicabile per chi non parla la lingua. Ma tra i clienti dell’organizzazione, anche fruitori veneti - una quarantina compresi mediatori e professionisti - che non volevano perdere tempo con corsi e burocrazia, preferendo pagare il triplo dei 650 euro dell’iter di professionalizzazione, ovvero fino a 1.800 euro (di cui tra i 2 e i 700 di commissione per l’intermediario).
Un’operazione del valore stimato di 200 mila euro, ma è incalcolabile la potenziale ricaduta sulla salute dei clienti che finivano nelle mani di esercenti impreparati sotto il profilo sanitario: non a caso il falso ideologico e materiale - spiega il maresciallo Luciano D’Amico - è un delitto contro la fede pubblica, poiché lede l’interesse del cittadino. Non finisce qui: nell’ambito della stessa indagine le Fiamme gialle hanno denunciato uno dei professionisti già coinvolti nella truffa dei certificati per aver favorito la regolarizzazione di una ventina extracomunitari clandestini spacciandoli per colf e badanti.
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