«Ho vissuto e scritto questi “cold case” da vecchio cronista»

Enzo Bordin: prima le notizie, poi tutto quello che serve a ricostruire ambiente, movente, personaggi

    «Ma e notisie, chi xe che e tira su?». Enzo Bordin ha sempre avuto un'idea molto concreta di come fare il giornalista. Più che al contenitore “Enso” - nomignolo affibiato dai colleghi - è sempre stato interessato al contenuto. Per questo motivo ha sempre risposto, a chi glielo chiedeva, che di lavoro faceva il cronista. Non il giornalista. «Ho trascorso15 anni a fare il nerista» racconta oggi di se stesso «e 17 in tribunale a tirare su notisie di giudiziaria. Le notizie le raccogli andando in giro per la città. Parlando con la gente. Non rimanendo al computer dietro una scrivania».

    In quasi quarant'anni di “mestiere” Enzo Bordin ha consumato decine di suole di scarpe. Continuando ad andare in questura e in tribunale, anche a pochi mesi dalla pensione, con un entusiasmo che nemmeno un free lance alle prime armi. E di notisie ne ha tirate su tantissime. Scrivendo, e vivendo con passione, le storie più complicate e terribili degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Da Maniero a Dozier, da Autonomia operaia alle Brigate Rosse. A Molon. A Profeta.

    La passione, appunto. Passione che gli ha permesso, ora, di riavvolgere il nastro della memoria e di cominciare a scrivere dei “cold case” veneti - i casi insoluti - partendo proprio dai due che gli stanno più a cuore, gli omicidi di Maria José Olivastri e di Maria Luisa De Cia. Già, perché spesso a chi vive con passione il lavoro di cronista rimangono incastrati sottopelle frammenti di storie incompiute, il cui dolore si attenua soltanto scrivendo. «Quasi certamente la polizia conosce il nome degli assassini delle due donne» butta lì Enzo Bordin ammirando la copertina del suo libro fresco di stampa, «Ma non ha la capacità di produrre le prove a così tanti anni di distanza. Credo che riparlare di questi due omicidi possa servire prima di tutto a non dimenticare».

    La memoria, già. Eccolo un altro punto di forza di Enzo Bordin. La memoria e la capacità di analisi. Tenute insieme da una solida cultura cresciuta e arricchita negli anni. Ascoltare Enzo Bordin parlare del proprio lavoro è di per sé una storia. «Perché ho scelto di scrivere libri sui delitti? Perché spesso quando racconti la cronaca non riesci a contestualizzare il fatto come bisognerebbe. E quindi non riesci a cogliere l’essenza che sta dietro ad ogni delitto. Prendiamo la vicenda di Michele Profeta (il serial killer che nel 2001 per un mese terrorizzò la città di Padova, ndr). Profeta non ha ucciso a casaccio. Ha ucciso il mestiere. Prima un tassista e poi un immobiliarista. Perché quando viveva a Palermo Profeta ha avuto da questionare con la categoria dei tassisti per via di un affare sfumato. Con la compravendita di immobili, poi si è rovinato. I simboli, come vedete, sono importanti».

    Simboli, memoria, passione. Strumenti per decriptare la realtà. Ma che da soli non servono. C’è bisogno del “fattore umano”, caratteristica che si attaglia perfettamente a un cronista di razza com’è Enzo Bordin. «La tecnologia in questi ultimi vent’anni ha fatto passi da gigante», riflette ad alta voce Enzo Bordin «ma sono gli investigatori che risolvono i casi, non le prove. O meglio, le prove incastrano gli assassini, ma prima bisogna trovarle. Un po’ come nel giornalismo. Io ho cominciato con la macchina da scrivere. Poi sono arrivati i computer e per ultimo, almeno per quanto riguarda il mio lavoro in redazione, internet. Ora sento parlare i colleghi più giovani di Facebook, Twitter, contatti e di giornali on line. Tutto bello. Ma e notisie chi xe che e tira su?».

    Paolo Baron

    19 aprile 2012

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