I precari si pagano il film sulla crisi

«Vite spezzate», storie di disoccupati in un “corto” finanziato con una colletta

    di Barbara Codogno

    I precari non solo soltanto giovani. Moltissime persone tra i 40 e i 50 anni che hanno perduto il lavoro rientrano in questa categoria, impreparate a sostenerne il peso, soprattutto psicologicamente. Ogni riferimento alla discussione sull'articolo 18 non è casuale. “Circuito Chiuso” è un cortometraggio che affronta il precariato da questa angolazione. Il regista, Valentino Innocente, un trevigiano di Fonte, emigrato a Roma, legge un giorno in internet che un uomo di 50 anni ha perso il lavoro e si è suicidato. Innocente fa una ricerca e scopre che non è il solo. Più passa il tempo e la crisi si fa dura, più aumentano questi suicidi. Parliamo di uomini maturi, apparentemente solidi, con famiglia alle spalle. Innocente decide che di questa tragedia occultata che sta diventando una piaga sociale bisogna assolutamente parlare. Progetta di girare un cortometraggio. L'idea gliela dà Riccardo Loffredo, disoccupato di quarant'anni, lo sceneggiatore.

    Come tutte le notizie, i morti ammazzati dalla precarietà hanno il tempo di un titolo, poi tutto viene inghiottito da altri fatti di cronaca. Ma Innocente non molla: di questi uomini che perdono vita e lavoro bisogna che si parli. Già, ma con quali soldi? Dapprima si rivolge al Comune di Padova: un assessorato gli promette un contributo, poi tutto sfuma. Ci sono altre priorità. Lui non demorde: si dà un mese di tempo. Mette un annuncio in facebook e lancia un appello a tutti i precari: voglio parlare di voi, per farlo mi servono 5 mila euro. Dopo un mese ne ha raccolti 3 mila. La colletta funziona con soldi virtuali: Innocente non si fa dare il denaro fino a che non arriva a una somma decente. Basta prometterglielo, lui lo chiederà soltanto quando sarà sicuro che le persone credono in questo progetto e lo vogliono finanziare.

    Il corto praticamente nasce grazie ai micro finanziamenti di persone che hanno voluto testimoniare il loro impegno contro il dramma del precariato sostenendo la produzione con piccole donazioni, mettendo così in atto la pratica del crowdfunding. Bel colpo per la rete e la comunicazione trasversale. Le testimonianze raccolte fanno male al cuore, scavano la coscienza. Una signora dona 20 euro, scrivendo: «Mio marito ha chiesto che in cantiere venissero applicate le regole di sicurezza e alla prima occasione l'hanno lasciato a casa, di più non ti posso. Ma raccontale almeno tu queste cose!»

    Dopo un mese mancano ancora i 2 mila euro che Innocente ha destinato al cast: il cachet per attori, fotografi, cameramen. E qui succede il miracolo. Il cast rinuncia al cachet e decide di investire il proprio compenso per realizzare il cortometraggio. La solidarietà ha vinto: Circuito Chiuso (ricordiamo tra gli altri Davide Ceccato, direttore della fotografia e i due attori principali Fabio Sartor e Marco Di Stefano) parla di un padre di famiglia che ha perso il posto di lavoro ed è alla ricerca di un nuovo impiego per riconquistare la dignità perduta. Il tema trattato è quanto mai attuale. Racconta Innocente: «Il precariato è l’ennesimo male sociale che sta coinvolgendo decine di migliaia di lavoratori e imprenditori, spesso di mezza età, che d’improvviso non possono più contare su un lavoro che conferisca dignità alle proprie vite e, senza alcuna via d’uscita, vedono chiudersi quel circuito che induce molte e molti di loro a togliersi la vita». La storia di Innocente è una delle tante storie amare di casa nostra: da Treviso, dov'è nato, deve emigrare a Roma perché in Veneto, di film non se ne fanno. Soprattutto se vuoi parlare di gente che perde il lavoro e si ammazza. La locomotiva del Nordest non ferma a queste stazioni. Su certi argomenti è meglio glissare.

    C’è un’ultima stranezza: il cortometraggio non viene proiettato, non entra nelle rassegne, viene scansato dai festival. Quelli che all'inizio avevano promesso un aiuto hanno messo un “mi piace” su facebook. Cari signori, non basta!

    17 aprile 2012

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