Il procuratore nazionale anti-mafia ospite dell’associazione «Nuova Frontiera» creata dall’assessore alla sicurezza Marco Carrai: «Impressionante il volume di riciclaggio e evasione»
PADOVA. «In Veneto il rischio di infiltrazioni mafiose è alto, ma il Nordest finora ha sempre mostrato veri e propri anticorpi alla malavita». E’ il pensiero del procuratore antimafia Pietro Grasso, che sabato sera è stato ospite dell’associazione «Nuova Frontiera», guidata da Marco Carrai, per un dibattito sulla mafia.
Il procuratore ha anche ricordato la dimensione del riciclaggio in Italia: il 10% del Pil, pari circa a 150 miliardi di euro. «La crisi favorisce il sistema mafioso - spiega Grasso - le imprese oggi non hanno la liquidità necessaria e le banche faticano a prestare denaro. Ecco allora che spuntano i colletti bianchi della mafia pronti a prestare denaro e ad entrare nelle aziende con capitali freschi. Ed ecco il riciclaggio. Il Veneto è sotto il tiro della camorra, più che della mafia siciliana o 'ndrangheta calabrese».
Il procuratore non ha risparmiato un attacco a quei sistemi di occultamento del denaro che oltre che favorire l’evasione fiscale, favoriscono anche la criminalità organizzata: «Il messaggio da dare alla politica e alle imprese è questo: attenzione, così creiamo un danno al paese - ha sostenuto Grasso - La legge dovrebbe avere il carattere della generalità e dell’astrattezza. Lo scorso governo faceva leggi ad personam, scudi fiscali con costi minimi e condoni: favorendo così una cultura dell’evasione. La prima legge che si dovrebbe fare in Italia è che chi fa politica non deve fare affari».
Al dibattito è intervenuto anche il senatore del Pd Nicola La Torre: »La mafia al Nord non è una novità - ha spiegato - Le prime inchieste sulle infiltrazioni in Lombardia risalgono agli anni ’80. Ed è subito dopo la morte di Falcone e Borsellino che il nostro Paese ha avuto le migliori leggi per combattere la criminalità organizzata. Poi negli ultimi anni abbiamo avuto solo provvedimenti liberisti e una costante frattura tra politica e magistratura». Un passaggio dell’intervento dell’esponente democratico («dalemiano» di ferro) ha riguardato la vicenda di Giovanni Schiavon, imprenditore suicida per la crisi: «Il totale dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese ammonta a circa 60 milioni di euro - ha spiegato - Un buon esempio è quello dello del Comune di Padova che ha avviato la certificazione del debito, riuscendo così attraverso le banche a pagare i fornitori».
Anche il presidente di Libera in Veneto, Don Luigi Telatin, non ha fatto mancare la sua denuncia sul rischio suicidi tra gli imprenditori: «Le persone devono sentirsi integrate in un sistema che non li espelle quando sono in difficoltà economiche - ha spiegato il sacerdote - Per questo mi rivolgo soprattutto alle categorie economiche: aprite bene gli occhi».
Infine l’intervento di Roberto Terzo, sostituto procuratore della Direzione Antimafia di Venezia, autore delle indagini sulle infiltrazioni dei Casalesi in Veneto: «Le banche negano la liquidità e i piccoli imprenditori finiscono così nelle mani degli usurari - ha spiegato - L’unico “ente”che apre loro la porta è la criminalità organizzata, che gli offre forme di riorganizzazione societarie per evadere le tasse o realizzare una bancarotta fraudolenta. Fossimo negli Stati Uniti avremmo dovuto condannare prima le vittime per truffa ai danni dello stato».
Il convegno si è aperto con la testimonianza-choc di un imprenditore veneto finito nelle mani degli strozzini: "Conosco circa 200 piccoli imprenditori, per la maggior parte veneti, finiti nelle mani degli usurai - ha raccontato l'uomo nel video introduttivo - Minacce e abusi erano all'ordine del giorno. E per lo stress e lo spavento, in quel periodo, mia moglie ha avuto un aborto".