«Senza studenti Padova muore»

Guiotto: i ventimila fuori sede contribuiscono per 110 milioni al Pil

     PADOVA. Sì, è vero: disturbano, sporcano le piazze e tolgono il sonno a chi alle sette di mattina deve saltar fuori dal letto, anche se ha chiuso occhio alle tre di notte perché giù in strada c'era un baccano dalla malora. Ma che ne sarebbe di Padova senza i suoi allegri e fracassoni 60 mila studenti che tirano tardi in piazza delle Erbe con lo spritz in mano? Di giorno a studiare e magari a protestare contro i tagli alla ricerca e un futuro da precari fino a 40 anni, ma di notte sedotti dal dolce far niente e dal piacere di socializzare.  Già, cosa sarebbe Padova senza il Bo che per otto secoli ha formato la ristretta élite triveneta aprendo poi le porte all'università di massa negli anni Settanta, con un impatto che ne ha sconvolto il tessuto sociale?  Sarebbe come Treviso, Vicenza, Verona, Modena o Bergamo: senza infamia e senza lode, méta di pellegrini devoti al Santo e di pochi raffinati estimatori di Giotto agli Scrovegni.  «Senza di noi Padova muore», dice Paolo Guiotto, ricercatore a Matematica e consigliere comunale del Pd, che si è divertito a fare due conti: i fuori sede sono almeno ventimila. Ed ogni anno contribuiscono al «Pil» della città con almeno 110 milioni di euro. Troppi? Ecco il calcolo: 200 euro a testa per la camera in affitto e altri 300 euro per mangiare in mensa e al bar e divertisti. Siamo a 500 euro al mese, che diventano 5500 l'anno (ad agosto tutti a casa). Tradotto in altre cifre è come se ogni fuori-sede staccasse un assegno di 500 euro l'anno ad ogni padovano (212 mila residenti).  «Tanto per fare un confronto, il bilancio del Comune assegna 104 euro procapite in servizi sociali alla popolazione», dice Guiotto. D'estate gli studenti si spostano in bicicletta, ma quando arriva il freddo non restano che le piazze del centro: dopo le 8 di sera c'è solo il tram e se nella Zip aprissero dei locali ci si arriva solo con la macchina. C'è molto da fare, a partire dal centro culturale Altinate, utilizzato per pochi avvenimenti, e l'idea di avviare un confronto pubblico su questi temi proprio al San Gaetano mi sembra quanto mai azzeccata. Il merito va al dibattito sollevato dal professor Stefano Allievi sul «mattino» e sul sito web del giornale: l'emergenza spritz col coprifuoco dei bar a mezzanotte, non può essere affrontata solo con i vertici in prefettura e le ordinanze del sindaco perché la vera questione forse è un'altra: cosa offre di sera Padova ai suoi 60 mila studenti? Assai poco. Per non dire nulla».  E non può essere il miraggio di internet Wifi-gratis la panacea di tutti i mali: ammesso che la nuova frontiera del wireless venga abbattuta in fretta, quale scenario si presenterebbe? Quello di bere e si sedersi in piazza col tablet, iPad o personal e chattare su fb e mandare mail alla mamma: vieni a prendermi che sono sbronzo?  Ironia a parte, «il Portello è stato trasformato in un grande campus universitario, ma di sera non c'è una sola biblioteca aperta» conclude Guiotto.  Tema ripreso dal sociologo Stefano Allievi, più che mai convinto che la «buona socialità scacci quella cattiva»: non basta la repressione al Portello per uscire dall'emergenza criminalità. Piuttosto va aggiornato il modello Prato della Valle, rinato da quando è popolato da diverse tribù: gli studenti, le famiglie che passeggiano col gelato, i ragazzi con i pattini e gli stranieri, un modello che ha allontanato lo spaccio di droga. Non volevo mettere sotto accusa la giunta di Padova, la mia polemica vuole essere costruttiva: qualche anno fa ho suggerito sommessamente alcuni consigli a Zanonato, perché la creatività dei ragazzi è una grande risorsa. La voglia di stare insieme non è solo divertimento ma un modello di vita che si afferma con la musica, il teatro, le biblioteche, i centri culturali e sociali. A Milano la vecchia giunta Moratti ha recintato con un megacancello una piazza per impedire ai giovani di bere lo spritz, io credo che questa sia la risposta sbagliata».  E quindi?  Il sociologo Stefano Allievi ribatte: «Mi pare che l'ipotesi di un confronto pubblico al centro Altinate sia il primo passo per raccogliere le idee e trovare soluzioni condivise: non c'è solo l'Ascom da ascoltare. C'è anche l'Asu. E poi gli studenti, con i loro social-network: l'assessore Umberto Zampieri ha aperto la porta, ora facciamo il secondo passo». (al. sal.)

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    01 ottobre 2011

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