Gherardo Ortalli, professore all'Università Ca' Foscari, da sempre si occupa di ambiente e paesaggio. Tra i suoi libri ricordiamo il classico dell'Einaudi Lupi genti culture. Uomo e ambiente nel medioevo e l'ultimo, curato da lui con articoli di autori vari, Le trasformazioni dei paesaggi e il caso veneto, Il Mulino. Dice il docente: «Chiunque può impegnarsi per la tutela del paesaggio, ma le associazioni che hanno come scopo primario altre finalità (caccia, pesca, ciclismo o altre), lasciano sempre molte perplessità. Il paesaggio è un patrimonio condiviso e nessuno ha il diritto di dire sono io che lo tutelo o sono io che lo guardo, nel bene o nel male significa sempre volersene occupare». L'Associazione Cultura Rurale sostiene che la caccia fa parte di questa cultura... «E' vero che la caccia fa parte della tradizione - risponde Ortalli - ma lascerei da parte il discorso sul patrimonio culturale perché il patrimonio culturale è qualcosa che si modifica e si adegua ai tempi. La caccia fa sicuramente parte della tradizione, ma cosa significa?, tante sono le tradizioni, certe buone e certe cattive. Fare riferimento alla tradizione non è una garanzia di legittimità e neanche di buon funzionamento in quanto si ricorre a una cosa fluida che è la tradizione per fini di carattere generale. Mi sembra un'ingenuità anacronistica poi evocare scenari incontaminati e selvaggi, come quelli del filosofo americano di inizio Ottocento Henry David Thoureau, autore di Wilderness, perché è un altro contesto e un'altra epoca. Quando si hanno queste pretese di essere depositari o della tradizione o della cultura o della salvaguardia si usurpa qualcosa che fa parte della collettività e il discorso rischia di diventare ambiguo».
20 agosto 2011